Per gentile concessione della rivista “Verifiche”, pubblichiamo l’articolo scritto da un docente della scuola media di Morbio Inferiore sull’esperienza vissuta in queste settimane di riapertura delle scuole nel contesto dell’emergenza pandemica.

E venne la scuola in cui la carta e i libri non si poterono più condividere in classe, in cui i docenti mascherati dovettero mantenere le distanze dagli allievi e dove una serie di norme igienico-sanitarie pervasero le finalità pedagogico didattiche e i piani di studio furono soggiogati dalla realtà e reinterpretati per dare vita a una nuova scuola, trasformata dalla pandemia – dentro uno spazio post-apocalittico – da scuola dell’istruzione a scuola delle istruzioni.[1]

Questo mutamento di paradigma ha partorito concetti inediti nel panorama deontologico del docente – come accade nella neo lingua di orwelliana memoria – quali “l’accudimento”, il “tutoring”, “la piattaforma”, “l’intergenerazionalità”, “le distanze sociali”, la scuola in “presenza” e quella a “distanza”, la centralità del: “così ci proteggiamo!”, “la classe dimezzata”, la “frequenza alternata”, l’”igienizzazione forzata e cadenzata”. Il tutto letto e interpretato dalle istituzioni quale positivo ritorno alla normalità,  sebbene parziale, per cui ci sembra necessario approfondire il concetto di normalità, interpretandolo alla luce dei fatti, che hanno proiettato il mondo del ventunesimo secolo nella trama di un romanzo distopico. La scuola all’improvviso si è trovata al centro del dibattito pubblico e della scena politica, ed è stata l’occasione per prendere coscienza della sua importanza, come forse non era mai avvenuto prima, un’occasione sprecata per quanto riguarda le sue finalità ideali. La situazione eccezionale ha messo in evidenza infatti, in modo drammaticamente evidente, come la scuola pubblica abbia assunto la funzione principale di garantire il preteso ritorno alla normalità, scoprendosi  così essere l’ingranaggio indispensabile attorno al quale ruota il sistema economico, appiattendosi, schiacciata dal peso di questa forza e dalle scelte precipitose e contraddittorie della politica, che l’hanno colonizzata e trasformata, rendendola un luogo in cui si cerca di mettere in atto un tentativo maldestro e malsano di ritorno al punto di partenza, un mero “fluidificatore sociale” emblema e capofila nella diffusione dello slogan dell’agognato ritorno alla normalità.

È come se l’emergenza dettata dalla pandemia avesse cancellato dal panorama della scuola tutti gli aspetti legati alla trasmissione del sapere e della cultura, a vantaggio di una sua funzione socio-assistenziale, puramente funzionale alla ripresa del sistema economico. Questa riapertura – voluta facendo appello al sacrosanto diritto all’istruzione, dove però l’istruzione ha davvero poco spazio – dimostra l’ambiguità e la confusione entro la quale siamo costretti a vivere e a operare in qualità di docenti che non si riconoscono in questo ruolo meramente funzionale, protocollare, eradicato del suo valore portante, cioè la trasmissione del sapere che in questo contesto o viene meno oppure costringe a leggere criticamente i fatti.

Leggere criticamente i fatti significa però mettere in discussione proprio il concetto di normalità, interpretandolo quale sintomo del problema col quale ci troviamo confrontati e non come obiettivo da perseguire con pervicacia e demagogia. Basterebbe riguardarsi il filmato promozionale con il quale il Decs ha presentato ai cittadini il rientro a scuola, in cui il docente è proiettato in una dimensione professionale riduttiva e svilente, un ibrido tra l’operatore sanitario e il controllore del traffico, per porsi qualche interrogativo sul senso complessivo del progetto.[2]

È proprio questo il nodo critico entro il quale si gioca la credibilità di tale istituzione e il suo destino futuro. Riflettere criticamente sul concetto di normalità dovrebbe essere un imperativo morale e una scelta di campo definitiva per comprendere lo scenario storico-apocalittico nel quale siamo precipitati. Se la scuola rappresenta il luogo ideale in cui si costruiscono cittadini consapevoli e capaci di leggere i fatti interpretandoli correttamente secondo il principio di causalità, allora dovrà giocoforza mettere in discussione proprio il concetto di normalità, che ha condotto l’uomo a vivere e sperimentare una pandemia generata grazie a un sistema di sfruttamento delle risorse scellerato e miope oltre che autodistruttivo. Un sistema che non vede l’ora di ripartire il più in fretta possibile, al fine di ricominciare da dove si era interrotto, senza il minimo cambiamento, senza la minima analisi critica, coinvolgendo proprio la scuola in questa funzione di ripristino forzato della normalità. La scuola però è chiamata in causa proprio di fronte a questa scelta di campo, dovendo scegliere tra l’essere un mero instrumentum regni oppure rivendicare il suo spazio autonomo, alternativo, fortemente utopico e quindi luogo in cui si coltivi e si persegua  una riflessione critica e sistematica ai concetti di normalità, soprattutto quando questi siano l’espressione di disegni ambigui e determinati da forze estranee e contrarie ai principi etici e morali dell’istruzione pubblica nel nostro paese. Ognuno di noi, in qualità di docente, è chiamato dunque a scegliere in quale ruolo e dentro quale modello ideale di scuola vuole riconoscersi e operare di conseguenza, al fine di mantenere integro il proprio impegno morale e deontologico, consapevole del fatto che la scelta che dovrà compiere, volente o nolente, consisterà nell’opporsi criticamente oppure prestarsi placidamente al ripristino della tanto declamata normalità. Esattamente come il protagonista del romanzo Fahrenheit 451, il quale dovette scegliere tra il persistere nel bruciare libri in qualità di pompiere qual era, oppure decidere di fuggire con i ribelli del fiume, divenendo ribelle a sua volta, per salvarli almeno nella memoria.

Roberto Salek


[1] Direttive 3 sulla conclusione dell’anno scolastico 2019/2020 a seguito della pandemia Covid-19, del 13 maggio 2020, a cura del Decs.

[2] Sul canale YouTube: Scuola. Comportamento corretto per evitare contagi da COVID-19, a cura del Decs.