Pubblichiamo l’intervista rilasciata nel mese di aprile da Fabio Camponovo alla rivista “il Ceresio”.

di Elena Locatelli (dalla rivista “il Ceresio”, maggio/giugno 2020)

Da lunedì 16 marzo, come decretato dal Consiglio di Stato del Canton Ticino, tutte le scuole sono state chiuse per arginare la diffusione del Covid-19 e garantire un’ulteriore riduzione dei contatti interpersonali. Nelle settimane seguenti, attraverso la piattaforma Moodle (per la condivisione dei compiti) e Teams (per le videoconferenze), per le scuole medie e post obbligatorie sono stati organizzati momenti di studio comune con videoconferenze, invio di materiale scolastico, compiti e incarichi, proponendo un insegnamento a distanza che mai prima d’ora aveva avuto modo di essere applicato. Anche le scuole dell’infanzia ed elementari si sono attivate con proposte più semplici per raggiungere tutti gli allievi.

In merito a quest’esperienza abbiamo posto alcune domande a Fabio Camponovo, presidente del Movimento della Scuola, associazione di insegnanti nata alla fine del 2004, a seguito della battaglia contro le misure di risparmio che nell’anno scolastico precedente colpirono la scuola, che cita tra i suoi scopi la volontà di «promuovere una continua riflessione sul ruolo della scuola e dell’insegnamento», a difesa del «ruolo educativo e della funzione culturale dell’insegnante e dell’operatore scolastico», esprimendo una voce pubblica indipendente.

Con lo stop alle lezioni fisiche, è stata attivata la didattica a distanza. Un modo per fornire agli alunni una parvenza di normalità e per consolidare il programma scolastico. A suo modo di vedere, tra voi docenti vi è stato lo stesso clima collaborativo che si è visto nella società per le modalità di organizzazione e le difficoltà informatiche? O, piuttosto, ognuno si è organizzato come meglio poteva?

La didattica a distanza è per ora un blando surrogato della didattica in presenza. Inizialmente il Ticino ha molto enfatizzato le potenzialità delle nuove tecnologie (non dimentichiamoci che un anno fa il Parlamento votava senza batter ciglio un credito di 47 milioni per l’informatizzazione delle scuole!). Nella situazione di emergenza che ha improvvisamente investito la scuola e ne ha determinato (in ritardo) la sua chiusura, ci si è preoccupati più dell’aspetto tecnico che della dimensione pedagogica. Solo il senso di responsabilità degli insegnanti, la loro autonomia didattica, l’investimento impressionante di energie individuali e di risorse personali hanno permesso di ristabilire un positivo contatto con gli allievi e di far sentire alle famiglie e ai ragazzi una presenza, affettuosa e insieme strutturante (istruttiva ed educativa), della scuola. Diciamo che ci si è affidati sostanzialmente all’impegno degli insegnanti e all’iniziativa delle singole sedi scolastiche.

Questo tipo di didattica non era mai stato sperimentato prima. Dalla Cina già dalla fine del 2019 ci giungevano notizie preoccupanti relative al dilagare del Coronavirus. Voi avete avvertito questa situazione critica già prima che scoppiasse il primo caso in Italia, quindi alle nostre porte? Era già stato attivato dal Dipartimento un abbozzo di didattica digitale?

Sinceramente vi è stata una sottovalutazione dell’effetto pandemico. Non certo da parte degli insegnanti, ma da parte di tutti i responsabili della salute pubblica. A questo proposito, se si rileggessero oggi dichiarazioni rilasciate anche solo un paio di mesi fa da politici, medici, epidemiologi potremmo costruire uno scenario dell’assurdo nel quale appaiono supponenza, irresponsabilità e contraddizioni drammatiche: da chi considerava il virus alla stregua di un’influenza stagionale a chi derideva le prime misure di distanziamento sociale o l’uso delle mascherine. Quando il DECS, attuando una decisione federale, ha decretato la chiusura delle scuole, il Centro di risorse didattiche e digitali (CERDD) si è immediatamente attivato per mettere a disposizione i supporti informatici (che inizialmente neppure funzionavano a dovere).

Quanto a una vera riflessione sulla «didattica digitale», temo che debba ancora venire. Ci si è però almeno resi conto di quale impatto problematico possa avere per una scuola che si vuole equa e inclusiva. Portare la scuola nelle case non è necessariamente una buona cosa: non lo è per gli allievi, non per le famiglie e neppure per gli insegnanti. La didattica a distanza è intrusiva, penetra nel privato famigliare, mette a nudo le differenze socio-culturali.

A suo modo di vedere, gli studenti hanno dimostrato in linea generale senso di consapevolezza e collaborazione partecipando responsabilmente alla nuova scuola online?

Non esiste «lo studente», esistono allievi diversi che, per loro stessa natura, assumono atteggiamenti diversi. Già in sede scolastica questa eterogeneità è presente e non sempre facile da gestire. Figuriamoci quando, soprattutto nella fascia della scolarità obbligatoria, l’allievo non condivide l’ambiente di apprendimento con i compagni e con l’insegnante. Le differenze individuali (che si tratti di profili caratteriali o di contesti sociali e culturali di riferimento) tendono a determinare pesantemente l’impegno, la fiducia nei propri mezzi, la curiosità della scoperta cognitiva, il piacere dell’apprendimento. Conta soprattutto l’immagine che della scuola ha costruito la famiglia, il significato (direi quasi il valore) dell’apprendimento che è stato assimilato. Sono aspetti, questi, che sarà interessante studiare quando avremo messo alle spalle quello stravolgimento quotidiano e quello straniamento emotivo (si pensi alle sofferenze, alle paure, ai lutti) che ha caratterizzato le nostre vite.

Quali sono state le difficoltà maggiori riscontrate nella didattica a distanza?

La didattica digitale, come tutte le forme di mediazione didattica, non è mai neutra. Ogni linguaggio influenza i processi cognitivi e li condiziona, proprio come fa la lingua quando interagisce con il pensiero e costruisce la nostra immagine simbolica del mondo. L’uso delle piattaforme informatiche purtroppo favorisce una standardizzazione dei processi di insegnamento-apprendimento, li impoverisce. Il rischio maggiore, dal mio punto di vista, è che fioriscano eserciziari e attività compilatorie, che si sviluppino prevalentemente attività direttive (si caricano materiali sulla piattaforma e si aspetta che in solitudine il ragazzo svolga, rifletta, risponda). In questo modo si sacrifica, da un lato quella peculiarità della relazione cognitiva che vede nello sguardo dell’altro il motore più potente del piacere della scoperta conoscitiva, dall’altro si mortifica quella dimensione culturale condivisa che nell’esperienza scolastica rappresenta il traguardo più alto e più importante.

In questa sorta di sperimentazione di attività scolastiche, secondo lei si è tenuto conto della dimensione emotiva e sociale degli alunni? C’è stato un tentativo di ristabilire una relazione empatica, quella che nasce dal contatto diretto in classe, da parte dei docenti?

Ecco una delle questioni più delicate: il rapporto empatico è gran parte della relazione educativa. Solo l’entusiasmo dell’insegnante, il suo testimoniare di persona il senso profondo della conoscenza può per la scoperta, lo studio, l’apprendimento. Questa dimensione viene assai diluita dall’intermediazione tecnologica. Dunque l’utilità del rapporto stabilito tramite «lezioni a distanza», videoconferenze, o semplici contatti telefonici, non ha potuto compensare la perdita di un contesto relazionale. Sono certo tuttavia che gli insegnanti si sono dati da fare per far sentire la loro vicinanza, per anche semplicemente far sentire una voce amica. Questo almeno ha potuto essere fatto, anche se poi ogni ambito famigliare è diverso, ci sono realtà nelle quali i genitori sono stati coinvolti e sono stati presenti, collaborativi, altri nei quali – per ragioni assolutamente indipendenti dalla volontà dei genitori stessi – una presa a carico dei percorsi d’apprendimento è pesata unicamente sulle spalle dei ragazzi.

Questo nuovo modo di fare scuola non è stato per tutti. Ha amplificato le disuguaglianze, le differenze sociali, famigliari (penso alle famiglie monoparentali, a quelle con più figli a carico, ad esempio). Come si potrà recuperare?

C’è un aspetto curioso, non credo solo casuale, che si è prodotto in Ticino. Quando le scuole sono state chiuse si sono, come dicevo prima, celebrate le potenzialità di una didattica a distanza. In effetti la tecnologia era l’unica possibilità che avevamo per mantenere vivo un contatto, anche solo affettivo, con l’allievo (e per fortuna, si fa per dire, questa pandemia ci ha colpiti quando nelle nostre pratiche quotidiane il mezzo digitale si era già affermato; si immagini che cosa sarebbe accaduto anche solo 20 anni fa!). Quando poi ci si è progressivamente avvicinati al momento della riapertura delle scuole, improvvisamente sono apparse tutte le manchevolezze dell’insegnamento a distanza: che di certo, individualizzando la ricezione, non fa che riproporre, ampliandole, le disuguaglianze economiche e socio-culturali. Insomma, mi pare vi sia anche un po’ di retorica strumentale, visto che gli interessi in gioco sono di peso.

Si potrà recuperare? Si cercherà di farlo, certo, riaprendo la scuola in presenza, rinforzando il sostegno agli allievi in difficoltà, offrendo loro un contesto condiviso dove il docente, i compagni, l’ambiente stesso possono mitigare (ma non eliminare) le differenti opportunità.

Non appena l’emergenza sanitaria rientrerà, si potrà finalmente tornare ad una normale vita scolastica. Si dice che «niente sarà più come prima». Vale anche per la scuola?

Questa è proprio la riflessione che occorrerebbe avviare al più presto. Non solo è importante ma è addirittura determinante ragionare sul senso da dare alla scuola che verrà. «Niente sarà come prima» è un’affermazione che oggi sentiamo pronunciare spesso: non so dire se è constatazione o auspicio. La mia impressione è che si guardi oggi, quando il pensiero corre a settembre, più agli aspetti organizzativi che agli aspetti pedagogici.

Io penso invece che sia soprattutto di questo secondo aspetto che ci si debba occupare. È questione di ragionare sul senso e non solo sul come! Sono purtroppo abbastanza pessimista, temo che non si rimetterà in discussione l’impianto pedagogico e ideologico di una scuola improntata allo sviluppo di competenze, all’acquisizione di un sapere funzionale, alla misurazione di standard internazionali (l’approccio che di fatto ha caratterizzato le riforme degli ultimi anni, quello di una scuola modellata sugli standard di prestazione dettati dall’OCSE). Bisognerà tornare a considerare i bisogni formativi dei giovani allievi, che sono innanzitutto bisogni di emancipazione intellettuale e culturale, di sviluppo di una personalità critica. Di certo, giunto ormai all’età del pensionamento, e quindi più incline ai sogni ad occhi aperti, il mio augurio è che si possa fondare una scuola nuova sulla base di quell’umanesimo culturale che è stata, ed è, la radice profonda del nostro essere persone, cittadini, membri di una comunità.