Quella qui riprodotta è la lettera che Fabio Camponovo, in qualità di presidente del Movimento della Scuola, ha inviato alla stampa sull’iniziativa che i giovani UDC hanno dedicato di recente alla scuola.

A seguire, un secondo intervento, apparso sul Corriere del Ticino ed elaborato da tre ex insegnanti, che ci è parso a sua volta capace di toccare un aspetto centrale della vicenda.

La stampa ticinese ha dato spazio, la settimana scorsa, a un paio di notizie riguardanti la scuola e la cosiddetta neutralità dell’insegnamento. In effetti i giovani politici UDC hanno recentemente lanciato un’iniziativa dal nome accattivante “Scuole libere”, ritenendo che la scuola ticinese vada “liberata” appunto da una “propaganda tendenziosa di sinistra”. Il primo effetto visibile è stato quello di un’immediata reazione dei giovani comunisti, i quali – sagacemente – hanno a loro volta invitato gli studenti a segnalare prontamente quei docenti che promovessero nell’ombra un pensiero liberista e destrorso.

L’iniziativa dei giovani UDC – e la controreplica dei giovani comunisti – potrebbero essere accolte con un sorriso, in quanto ascrivibili, queste sì, più a moti propagandistici che non a reali intenzioni riflessive (ne è chiaro indice l’ingenuità del comunicato UDC che chiede non la denuncia di ogni propaganda bensì solo di quella “tendenziosa di sinistra”).

Ciò detto, mi sembra però che questa campagna (particolarmente riprovevole nell’invito alla denuncia anonima degli insegnanti) possa farci riflettere su almeno tre questioni.

La prima. La scuola non è, per usare un termine oggi di moda, una bolla; non è un ambiente asettico, isolato, chiuso. Non lo è per i virus, figuriamoci per le ideologie. La scuola è essa stessa, in senso lato, frutto di ideologia: nella sua impostazione formativa, nella definizione del suo statuto educativo, nel suo impegno civile.  Per fortuna non è affatto “neutra”, visto che se vogliamo educare i giovani alla vita e costruire in loro un senso di responsabilità critica (educando per esempio “al rispetto dell’ambiente, alla pace, agli ideali democratici”, come dice la nostra Legge sulla Scuola), ci si deve necessariamente sporcare le mani e uscire da un neutralismo asettico. Di fatto la scuola non è mai pura istruzione bensì educazione in un tempo e in una società storicamente dati.

La seconda (che ne consegue direttamente). Un maestro è tale se, consapevole del suo ruolo nella relazione educativa, assume pienamente una responsabilità etica, culturale, scientifica e civile. In altre parole, maestro è chi sa educare al dubbio riflessivo, alla sete di conoscenza, all’interrogazione conoscitiva. Questo in ogni materia, non certo solo durante l’insegnamento della storia o della civica o della filosofia. È un principio deontologico irrinunciabile, un tratto costitutivo della professionalità dell’insegnante.

La terza (allargando l’orizzonte riflessivo). Siamo confrontati da qualche tempo con la percezione della scuola come azienda di servizi (e non come istituzione): un’azienda formativa che deve soddisfare gli appetiti dell’utente-cliente. Ogni cittadino, indipendentemente dalla sua competenza in materia si sente legittimato a chiedere, a protestare, a rivendicare. Eppure la vigilanza sull’insegnamento è già esercitata da figure istituzionalmente deputate: esistono degli “esperti”, degli ispettori, dei direttori che hanno fra i loro compiti anche questo. Uno studente che si sentisse, per un motivo qualsiasi, vittima di indottrinamento può tranquillamente rivolgersi dapprima al suo docente di classe, poi al direttore e così via. Ne ha pienamente diritto!

Davvero è un brutto segnale quello di incitare alla delazione anonima, creando un clima di sospetto e di rivalsa che non ha motivo di esistere.

Per il Movimento della Scuola

Fabio Camponovo

Tra scuola e politica: piccoli UDC crescono

Ciò che in primo luogo colpisce e sconcerta nella campagna dei Giovani UDC, sfacciatamente denominata «Scuole libere», volta a denunciare un presunto indottrinamento di sinistra nella scuola, è la totale assenza di qualsiasi riferimento ad un valore essenziale dell’insegnamento, di ogni insegnamento: la scientificità.

Si parla delle lezioni di storia e civica esclusivamente in base ai criteri di destra e sinistra; si denunciano insegnanti che farebbero propaganda di sinistra chiedendo loro di considerare anche i punti di vista della destra, nel nome della neutralità. Nessuno è sfiorato dall’idea che il primo criterio valutativo debba essere il rigore scientifico. Non si tratta di pensare che tale criterio sia assolutamente avulso dalla storia, dai conflitti sociali, dalle visioni ideologiche. Questo vale in particolare per le scienze umane, ma non solo.

Vi è comunque in ogni attività scientifica un impegno alla ricerca della verità, di cui è parte la consapevolezza di quanto i risultati di tale indagine siano sempre provvisori, parziali e quindi rivedibili. Questo vale per la storia come per la virologia. Se così non fosse non dovrebbero essere insegnate nelle scuole e nelle università.

Gli operatori della ricerca certo costituiscono una comunità di persone, i cui moventi non sono sempre limpidi (la verità prima della carriera, del finanziamento eccetera), ma che si sforzano di rispettare regole deontologiche. Lo stesso vale per gli insegnanti, che tale sapere sono incaricati di trasmettere a scuola.

Il valore della scienza può a volte entrare in conflitto con interessi e visioni politiche. Quel che la virologia dice può non piacere ad un potente presidente a qualche settimana dalle elezioni, ad esempio. Anche la formazione alla storia e alla cittadinanza può, quindi, generare scontento, smentendo quel che gli uni o gli altri, di destra, di centro o di sinistra, vorrebbero sentirsi dire. Mentre la nostra memoria, individuale e collettiva, tende a costruire itinerari coerenti, progressivi e a volte addirittura gloriosi, la ricerca storica mette in luce contraddizioni, rotture, fallimenti, vicoli ciechi.

Che la coscienza pubblica di un Paese accetti di confrontarsi con tale lezione di realismo e umiltà è un tratto del suo carattere liberale e un suo punto di forza. Essenziale è che le tesi critiche siano fondate su una seria ricerca. Porre in primo piano non questo criterio, ma le proprie antipatie o simpatie ideologiche, è una forma di negazionismo, tanto riguardo ai virus quanto alle dinamiche storiche, economiche e istituzionali.

Il riconoscimento della libertà di ricerca e di insegnamento si fonda sul presupposto della scientificità. Tutte le volte che un ricercatore o un insegnante sono valutati, non conta quanto le loro asserzioni siano in sintonia con quelle di chi giudica, ma quanto lo siano con i metodi e i risultati più avanzati della ricerca: una valutazione che possono fare solo gli esperti. Soprattutto nel caso della scuola, oltre alla scientificità, occorre, naturalmente, che l’insegnamento sia rispettoso dei valori costitutivi (costituzionali) della convivenza democratica e di leggi e regolamenti. Per il resto esso deve restare libero.

I Giovani UDC, invece, sollecitano addirittura la delazione contro gli insegnanti, da mettere alla gogna senza processo. La Rete diventerebbe il luogo della valutazione scientifica e morale del docente, come del resto della esistenza del coronavirus o del surriscaldamento climatico. Infatti la Rete stabilirebbe il confine fra insegnamento e presunta propaganda, attraverso un sito di propaganda certa gestito da un gruppo politico.

D’altronde, il fine ultimo, si ammette, è un «un necessario cambio di dottrina e cultura nelle scuole» (cfr. «La Regione» del 10 ottobre, virgolettato attribuito al presidente dei Giovani UDC). Alla faccia della neutralità e della scientificità!

Che le culture politiche autoritarie abbiano scarso rispetto per la competenza scientifica e siano portate al complottismo e al negazionismo è un fatto ormai noto da un pezzo. La campagna dei Giovani UDC lo dimostra ancora una volta.

Paolo Favilli, Virginio Pedroni, Aurelio Sargenti