La scuola dunque ha riaperto questa settimana gli edifici (mai chiusi del tutto, a dire il vero, come mai dismessa è stata l’attività didattica). Lo ha fatto nelle forme volute dalle direttive del DECS e decretate dal Governo intero (in ossequio alle disposizioni federali). Lo ha fatto invocando il diritto all’educazione dei bambini, il principio dell’equità di trattamento, la necessità di tenere il passo della società intera.

È il momento per qualche primo spunto riflessivo sul dibattito che ha caratterizzato il mondo politico e quello scolastico in queste ultime settimane.

La scuola è un valore (ed anche l’insegnante lo è)

Abbiamo sempre sottolineato, in ogni nostro intervento (e non certo da oggi) come la scuola sia valore inestimabile di una comunità civile che vede nello sviluppo intellettuale, culturale, sociale del giovane cittadino un impegno responsabile e condiviso. L’educazione è un diritto e un valore democratico, un principio universale.

Questo tema è entrato strumentalmente anche nel dibattito sulla “riapertura” delle scuole nel Cantone, quasi che chi nutriva dubbi sulle modalità predisposte dal Dipartimento non lo considerasse o, peggio, lo negasse. Allo stesso modo, artatamente, in alcuni interventi si è fatto apparire l’insegnante dubbioso sulle modalità previste per la riapertura come persona che cerca di sottrarsi al proprio dovere professionale sulla base di meschine considerazioni riguardanti la propria salute.

È vero invece il contrario, poiché proprio l’indipendenza di giudizio e la responsabilità che ne deriva sono le due dimensioni che fondano la professionalità docente. È bene a questo proposito ricordare non solo che nessuno dei numerosi e documentati interventi critici provenienti dal mondo della scuola (dai direttori, dagli esperti di materia, da molti collegi dei docenti) ha rivendicato la chiusura delle scuole, ma soprattutto che la scelta di prendere la parola è stata dettata innanzitutto dal senso di responsabilità nei confronti degli allievi, delle loro famiglie, della società tutta. Avere introdotto nel dibattito allusioni che davano credito a queste immagini negative è equivalso a volersi costruire retoricamente un “nemico” che non è, sfuggendo al confronto sul merito delle questioni.

La salute è un valore

In poco più di due mesi, oltre 340 morti in Ticino, oltre 1.800 in Svizzera, oltre 31.000 in Italia, oltre 300.000 nel mondo. Il virus ha colpito drammaticamente (e continua a colpire) l’esistenza di milioni di persone. Le cifre sono crude, impietose, e segnano una progressione costante. Di questo virus la medicina ammette di sapere ancora poco, l’Organizzazione Mondiale della Sanità mette in guardia quanto a una possibile evoluzione ancor più drammatica.

Anche per questo, per un principio di salvaguardia della salute pubblica, le scuole avevano chiuso la loro attività in presenza. Il diritto all’istruzione (nella forma della compresenza di alunni e insegnanti) ha quindi dovuto fare i conti con il diritto alla salute.

Ecco perché una riapertura fisica degli edifici scolastici avrebbe meritato la massima cautela nella ricerca di compromessi e di un’adesione consensuale fra le componenti della scuola, evitando di invocare un “ritorno alla normalità” che di fatto non poteva essere. Certamente sappiamo che per i ragazzi (e per i docenti stessi) la condivisione degli spazi in presenza è di fondamentale importanza, sia sul piano psicologico sia sul piano sociale. Ma ci chiediamo: sarebbe stato possibile tutelare maggiormente la salute di allievi, genitori, insegnanti? Sì, lo sarebbe stato, con maggiore fiducia e maggiore senso (anche didattico). Non lo si è fatto perché non lo si è voluto fare, evocando l’immagine ricattatoria di una “scuola al passo con la società”. Non lo si è fatto, cedendo a confronti improbabili con altri Cantoni, che perlopiù presentano una situazione epidemiologica del tutto diversa da quella ticinese. Il rischio, in verità, è quello di avere prodotto un certo disorientamento e generato situazioni di anormalità didattica foriere anch’esse di forme d’ansia e di disagio.

La responsabilità e la deontologia professionale

In quante occasioni, in queste ultime settimane, gli insegnanti sono stati esortati ad avere il senso della responsabilità, auspicando che la scuola potesse dare una risposta ai bisogni dei ragazzi e delle famiglie, che potesse riprendere il suo ruolo educativo in un contesto di emergenza sociale ed economica? Ci si è riferiti a quegli stessi insegnanti e a quella scuola che poco prima avevano ricevuto elogi per la capacità dimostrata di inventare, nello spazio di un fine settimana, una didattica a distanza, fra mille difficoltà e con un impegno da tutti riconosciuto come straordinario. È ben curioso osservare come, in così poco tempo si sia passati dall’enfasi promozionale delle nuove tecnologie al rilevarne oggi tutti i limiti (che ovviamente erano ben noti e che noi stessi avevamo denunciato per primi) per invocare infine il nobile ruolo, insostituibile, di una scuola in presenza.

Così agli stessi insegnanti si chiede ora un nuovo sforzo, invitandoli (è il caso ad esempio della scuola media) a conciliare didattica a distanza e didattica in presenza, a garantire l’accudimento, ad avere un particolare occhio di riguardo per gli allievi più fragili, ma ovviamente anche a rassicurare benevolmente, a far rispettare le severe misure di sicurezza, a fare opera di recupero e ascolto dei vissuti eterogenei degli allievi, a promuovere un nuovo senso civico, ecc. ecc. Sembra quasi che gli insegnanti debbano ogni volta dimostrare una nuova responsabilità civile e pedagogica.

In questo modo, grazie anche a un esercizio retorico da parte delle autorità dipartimentali, è stato facile indurre all’equivoco. Da una parte l’elogio, dall’altro il monito. E nuove mansioni!

Vale la pena sottolineare come nei fatti l’insegnante non ha mai dismesso il suo impegno professionale, anzi lo ha dovuto raddoppiare, passando intere giornate a ridefinire materiali e strategie didattiche, a ideare percorsi innovativi; sottolineare anche come solo con la messa a disposizione del datore di lavoro delle proprie risorse tecnologiche (computer, tablet, altre apparecchiature personali, pagando di tasca propria i collegamenti a internet ecc.) sia stato possibile realizzare tutto ciò. Non pochi sono coloro che, per non venire meno ai valori deontologici della professione, hanno sacrificato tempo libero e affetti famigliari.

Quando direttori, esperti, insegnanti, interi collegi dei docenti hanno osato dubitare dell’organizzazione proposta dal DECS si è preferito non considerarli, pur sapendo che poi sarebbero stati loro a far funzionare la scuola, ad assumersi l’intera responsabilità dei compiti disegnati a tavolino dai funzionari del Dipartimento. Certo, le loro preoccupazioni sono state paternalisticamente comprese (non si poteva fare altrimenti, anche perché occorreva costruire un consenso politico), ma ritenute poco credibili. Si è preferita, alla partecipazione attiva di chi la scuola la fa dentro le aule, la decisione d’imperio.

La pandemia se ne andrà, ma resterà ancora una volta l’effetto di una concezione riduttiva della professionalità docente. E questo farà solo del male alla scuola ticinese.

Pressioni indebite e strumentalizzazioni

In una situazione certamente non facile da gestire, i vertici dipartimentali hanno faticato a considerare le voci provenienti dal mondo della scuola, soprattutto quando queste esprimevano scetticismo o perplessità rispetto alle proposte governative, o avanzavano dei contributi alternativi utili per correggere o arricchire le scelte da adottare.

Il principale assillo è parso essere quello di evitare che appunti e considerazioni divergenti potessero assumere una dimensione formale (ad esempio fossero tradotte in lettere o appelli rivolti all’autorità) o addirittura una forma pubblica tramite i canali di stampa. Quando le richieste in questo senso non hanno avuto una risposta positiva, non sono mancate le lavate di capo o le accuse di irresponsabilità; in altri casi, pur di bloccare iniziative critiche, si sono promessi per il futuro nuovi canali di dialogo (è questo il caso della Consulta dei presidenti dei Collegi dei docenti delle scuole medie annunciata in occasione di una delle ultime conferenze stampa del DECS, nata dopo che una lettera che criticava la gestione verticista della “riapertura delle scuole” stava riscuotendo ampi consensi tra gli insegnanti di quel settore).

Infine, è capitato che a giornalisti intenzionati a coinvolgere gli insegnanti in trasmissioni radiofoniche o televisive (ma anche per articoli sulla stampa scritta) sia stato detto che i docenti possono intervenire pubblicamente solo se autorizzati dal proprio superiore (secondo una pratica che, a nostra conoscenza, non ha precedenti in queste forme). Con buona pace, in questo caso, del diritto all’informazione e alla libera espressione delle proprie opinioni.

La scuola non è un’azienda (e neppure un esercito)

Questi atteggiamenti destano in noi serie preoccupazioni, per almeno due ordini di ragioni.

Il primo riguarda il fatto che, in un’istituzione complessa come la scuola, il confronto aperto, privo di censure, tra insegnanti, quadri e autorità è un elemento imprescindibile su cui poggiare le scelte di politica scolastica. È infatti garantendo una più o meno ampia adesione alle scelte provenienti dall’alto che l’attività di ogni singolo operatore scolastico può contribuire al meglio al raggiungimento di un determinato obiettivo: un principio che assume ancor più valore se si considera l’ampio margine di discrezionalità con cui chi lavora nella scuola deve farsi carico delle responsabilità assegnategli. Ma non solo. È altrettanto importante che le autorità tengano in debita considerazione i suggerimenti e le indicazioni provenienti dal basso, cioè da coloro che lavorano quotidianamente con gli allievi: unicamente così ci si assicura la possibilità di adottare provvedimenti ponderati e commisurati alla realtà.

Il secondo motivo che alimenta le nostre preoccupazioni concerne il dibattito pubblico sulla scuola. Riteniamo essenziale che a quest’ultimo possano contribuire in piena libertà non solo le autorità, il mondo della politica e l’opinione pubblica in generale, ma anche coloro che vivono da professionisti la scuola, garantendo la massima trasparenza sul carattere plurale del confronto tra gli addetti ai lavori. La democrazia è fatta anche e soprattutto di questo. La scuola non è né un’azienda né un esercito: chi dal suo interno esprime pubblicamente un dissenso non vende alla concorrenza un segreto industriale, né compie un reato di lesa maestà.

L’emergenza è stata purtroppo l’occasione per riportare in superficie una concezione della scuola che si è andata consolidando da tempo: i maestri sono meri esecutori didattici, la dialettica interna è mal tollerata, la distanza tra chi decide l’impostazione delle politiche scolastiche e chi è poi chiamato a renderle operative è sancita.

Per una scuola “nuova”

Abbiamo costruito, negli ultimi decenni, una scuola fortemente improntata alle raccomandazioni promosse dall’OCSE: una scuola che, nel nome di una didattica per competenze, ha esaltato la funzionalità dei saperi, ha messo in primo piano le cosiddette “soft skills”, si è concentrata sul presente, ha considerato le discipline di studio alla stregua di pure risorse didattiche; una scuola che paga debito a un’egemonia culturale performativa e valutativa.

Ne è stata conseguenza, sul piano pedagogico, la volontà di uniformare l’insegnamento nel nome di un’ingegneria didattica dove predominano i format, i protocolli, l’impegno a promuovere “buone pratiche” quali modelli da imitare. Il Ticino ha varato nuovi “Piani di studio” ispirati ad un unico credo pedagogico, formulati in testi di difficile lettura persino per gli addetti ai lavori, fatti di elenchi di competenze, standard da certificare, metodologie farraginose.

Oggi, da molte parti, si sottolinea come questa pandemia costringerà a rivedere il nostro concetto di sviluppo, a riconsiderare il rapporto uomo-natura, a ristabilire un diverso rapporto tra natura e cultura. Chissà se il Covid-19 non inviterà allora a una riflessione più pacata anche sulla scuola e sui suoi orientamenti, dove l’impostazione ideologica della formazione possa tornare a considerare i bisogni educativi dei ragazzi, per farne persone consapevoli, prima ancora che cittadini integrati.

È un auspicio che ci permettiamo di esprimere, ben sapendo che difficilmente il DECS accetterà di mettere in discussione l’impostazione così fortemente voluta dai suoi vertici (e ribadita negli accordi nazionali e internazionali). Noi ci permettiamo di avanzare una modesta proposta: si formi già nel corso dell’estate un gruppo di riflessione indipendente, che possa lavorare in autonomia per avanzare concrete proposte per una scuola nuova.