Gen 262016
 

Cause e effetti dell’ineleggibilità degli insegnanti in Gran ConsiglioIl Ticino: cantone centralista e periferico. Confronto intercantonale sulle voci di spesa e sul rapporto debito pubblico/PILIl Ticino investe (relativamente) poco e taglia molto da troppo tempo nella formazioneIl debito pubblico è di tutti i cittadini o unicamente degli insegnanti?I risultati ottenuti dalla scuola ticinese sono inversamente proporzionali alle risorse a disposizioneMorale della favola: un’altra sanzione, invece di un premio23 marzo: che fare?Le reazioni politiche


1) Cause e effetti dell’ineleggibilità degli insegnanti in Gran Consiglio

A causa di una legge a mio modo di vedere anacronistica e iniqua, una persona che facesse dell’insegnamento la sua professione principale non può essere eletta in Gran Consiglio. Anche per tale motivo, sono rarissimi i casi di parlamentari provvisti di una formazione e un’esperienza pedagogica e didattica. In Gran Consiglio, quindi, siedono medici che dibattono e deliberano in materia sanitaria, avvocati che dibattono e decidono di modifiche legislative, architetti, ingegneri e impresari che dibattono e deliberano di appalti, ma non docenti che dibattono e decidono di questioni scolastiche. Di conseguenza, le discussioni concernenti la formazione sono spesso basate su pregiudizi e di una povertà sconsolante e le decisioni si fondano quasi esclusivamente su considerazioni di tipo ideologico o contabile e non pedagogico-didattico.

2) Il Ticino: cantone centralista e periferico. Confronto intercantonale sulle voci di spesa e sul rapporto debito pubblico/PIL

Il Ticino è un cantone maggiormente centralista rispetto alla media. Si assume compiti e i relativi oneri che altrove vengono assegnati ai comuni. Inoltre, è un cantone periferico, sia geograficamente sia linguisticamente. A differenza di ciò che avviene nella Svizzera tedesca o romanda, non riesce a accordarsi con altri cantoni per organizzare dei servizi o addirittura avere parti di istituzioni in comune. Deve fare più o meno tutto da solo. È dunque perfettamente comprensibile e per nulla sorprendente che per tutte le principali voci di spesa -dall’amministrazione alla polizia, dalla socialità alla sanità, dalla manutenzione delle strade allo smaltimento dei rifiuti- il Ticino si situi almeno nella media nazionale, quando non oltre la media o ai primi posti. Ciononostante, il rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo del nostro cantone è stabile da molti anni -qualche economista ipotizza che lo sia dal 1803- attorno all’8-9%, a livello della media degli altri cantoni.

3) Il Ticino investe (relativamente) poco e taglia molto da troppo tempo nella formazione

I più attenti tra di voi si saranno accorti che tra le voci di spesa menzionate poc’anzi non ho citato quella relativa all’educazione. Questa è, infatti, l’unica per la quale il Ticino occupa il fondo della graduatoria svizzera. Si tratta -come a questo punto sembra evidente- di una scelta squisitamente politica, che con la cosiddetta “difficile situazione finanziaria” non ha nulla da spartire. Il nostro cantone, ogni anno, investe circa il 15-20% in meno rispetto alla media nazionale, cioè circa 700-800 franchi in meno per abitante. Gli organismi e gli analisti che si occupano di educazione concordano nell’affermare che le spese per la scuola pubblica e i salari dei docenti sono indicatori che meglio di altri mostrano la reale importanza che nazioni e regioni attribuiscono alla formazione. Malgrado il dato già di per sé poco lusinghiero -accompagnato da quello riguardante gli stipendi degli insegnanti, di gran lunga i più bassi nel confronto intercantonale-, governo e parlamento da ormai oltre un ventennio propongono, sostengono e votano misure di risparmio proprio sulla scuola e le sue componenti principali: i docenti e gli allievi. Gli insegnanti, in particolare, hanno subito tagli e contenimenti diretti (contributi di risanamento o di solidarietà, blocchi degli scatti di anzianità, riduzione del salario in percentuali variabili dei docenti neoassunti e dei supplenti, soppressione parziale o totale del carovita, soppressione dell’indennità di economia domestica, pagamento del posteggio, ecc.) o indiretti (un’ora di lezione supplementare non pagata alla settimana, riduzione degli sgravi orari, riduzione del monte ore di sede, ecc.). Non c’è bisogno di sottolineare che la nostra è una professione di aiuto, imperniata sulla relazione. Modificare in peggio le condizioni di insegnamento coincide inevitabilmente con un deterioramento di quelle di apprendimento e viceversa.

4) Il debito pubblico è di tutti i cittadini o unicamente degli insegnanti?

L’infinita sequenza delle misure di risparmio attuate nel corso dell’ultimo quarto di secolo ha provocato una sorta di effetto valanga. Gli insegnanti si sono visti sottrarre da qualche decina di migliaia di franchi a una somma che sfiora, raggiunge o supera i centomila franchi a testa. Un anno di lavoro gratis o giù di lì oppure, se preferite, una tredicesima sì e una no dai primi anni ’90 a oggi. Considerando che il debito pubblico pro capite del nostro cantone si situa attualmente attorno ai 5000 franchi, ogni docente ticinese ha già azzerato da tempo la sua quota parte di debito pubblico -che, per sua definizione, è di tutti- e, inoltre, ha saldato anche quella di parecchi altri cittadini.

5) I risultati ottenuti dalla scuola ticinese sono inversamente proporzionali alle risorse a disposizione

Fortunatamente, però, almeno nel nostro caso, una scuola di qualità è fatta più dai buoni insegnanti che dai cattivi politici. Ciò permette al Ticino di ottenere risultati inversamente proporzionali alla situazione di partenza e di situarsi, anno dopo anno e in maniera costante, ai vertici nazionali per tasso di maturità professionali, maturità liceali e titoli universitari. Il nostro è anche uno dei cantoni in cui la classe socioeconomica, il sesso o il luogo di provenienza degli allievi incide meno sulla loro riuscita scolastica, con tanti saluti a coloro i quali sostengono che il sistema educativo ticinese tende a omologare verso il basso. Credo che non sia inutile ricordare qui come il compito dei docenti ticinesi sia reso particolarmente impegnativo -oltre che dal netto aumento delle mansioni a loro affidate, dalla riduzione delle risorse a disposizione e dal susseguente deterioramento delle condizioni di insegnamento e apprendimento- dalla composizione delle classi, in Svizzera tra le più numerose ed eterogenee per lingua materna, cultura e competenze di base degli allievi.

6) Morale della favola: un’altra sanzione, invece di un premio

La categoria degli insegnanti -stando a quanto sintetizzato fin qui e nel suo insieme- sarebbe degna di un premio, magari adeguando verso l’alto -a quasi trent’anni dall’ultimo aumento- la scala degli stipendi. Il Consiglio di Stato, invece, appena stilato il solito preventivo terrorizzante, ha deciso di applicare l’ennesima riduzione di stipendio ai danni dei docenti. Il lato beffardo della questione è che la maggioranza politica al governo stravede per la meritocrazia, considerandola il modo migliore per stimolare la motivazione e il rendimento.

7) 23 marzo: che fare?

Rispetto al passato, tuttavia, c’è una novità. L’esecutivo ha stabilito -forse pensando di ammansire gli insegnanti e evitare sgradite forme di protesta- di concedere a mo’ di compensazione -non richiesta e talmente parziale rispetto ai sacrifici sopportati da apparire ridicola e offensiva- un giorno di congedo, scegliendo il mercoledì 23 marzo. Il problema, però, è che un giorno di vacanza per i docenti implica giocoforza la soppressione delle lezioni. Noi riteniamo inquietante e inaccettabile che uno stato chiuda, per ragioni di risparmio, una delle sue istituzioni fondamentali, la scuola pubblica. Non abbiamo bisogno di qualche ora libera in più, ma di maggiori risorse e migliori condizioni di lavoro. Stabili, soprattutto, e non in balia degli umori della classe politica. È per tali ragioni che invitiamo le direzioni e gli insegnanti a tenere aperte le sedi scolastiche di ogni ordine e grado, svolgendo le attività previste dal calendario oppure organizzandone di alternative, e a partecipare agli incontri del neocostituito Comitato di coordinamento, al fine di pianificare delle iniziative che sottolineino il carattere unitario dell’azione.

8) Le reazioni politiche

La preoccupazione, l’indignazione e la contrarietà che il corpo docente esprime da anni nei confronti di molte delle decisioni calate dall’alto sull’educazione sono state sovente accolte dal mondo politico con apparente indifferenza o con malcelato fastidio. Anche questo caso non fa eccezione. Il direttore del Decs, messo alle strette durante un recente approfondimento proposto dal Quotidiano della Rsi, ha tentato di relativizzare le misure di risparmio sulla formazione contenute nel Preventivo 2016 del cantone definendole parte della politica del personale, da non confondere, secondo lui, con la politica scolastica. Ha cercato, cioè, di far credere che la scuola è formata da una serie di compartimenti stagni isolati gli uni dagli altri: se ne può modificare uno senza intaccare il resto. La scuola, come la conosciamo noi che ci lavoriamo quotidianamente, è, al contrario, un sistema nel quale ogni aspetto è collegato con il tutto. Di conseguenza, tornando a quanto ho già scritto sopra, peggiorare le condizioni di lavoro dei docenti significa fatalmente deteriorare le condizioni di insegnamento e, quindi, anche quelle di apprendimento. A mio parere, poi, definire politica del personale un quarto di secolo di risparmi e tagli è conferire dignità a qualcosa che con una sana e positiva gestione e valorizzazione di chi lavora non ha nulla in comune.

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