Dic 242014
 

L’assemblea del Movimento della Scuola, riunitasi a Camignolo il 17 dicembre 2014, adotta le seguenti risoluzioni.

1)

La scuola vive oggi un’importante stagione di mutamenti e di riforme. Ne sono testimonianza il fervore di iniziative nel settore dell’obbligo: il futuro piano di studi, i lavori preparatori a una nuova riforma, la stesura di un profilo professionale dell’insegnante, l’implementazione del concordato HarmoS, per citare i principali.

È una scuola che si confronta con nuove realtà socio-economiche, politiche e pedagogiche; che è in difficoltà di fronte allo sviluppo di nuove e suasorie agenzie formative esterne (vedi l’impressionante sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione), di fronte a nuovi paradigmi di accesso alla conoscenza; e che cerca di affrontare positivamente l’eterogeneità delle situazioni familiari e socio–culturali, le pressioni di una società e di un’economia instabili, il venir meno dei tradizionali luoghi di socializzazione. È una scuola in cerca di nuova identità, che ha forse soprattutto bisogno di riabbracciare il gusto della conoscenza non tanto come “strumento” di competenza quanto come motore e guida dello sviluppo personale e dell’emancipazione intellettuale. Indubbiamente si avverte il bisogno di ridefinire, in un mondo in trasformazione, il senso e i principi dell’istituzione scolastica. Con la scuola cambia anche il “fare scuola”, il modo di concepire la scuola, il volto e il valore dell’istituzione, il ruolo e il significato dell’educazione scolastica, il profilo dell’insegnante. È in queste occasioni che l’approfondimento riflessivo e l’apporto critico assumono un’importanza ancora più grande e determinante. È in queste circostanze che la componente culturale, l’autonomia del pensiero pedagogico, la nobiltà dell’ideale possono essere decisive. Ed è in simili frangenti che, nel tentativo di definire principi condivisi, non si possono evitare la discussione, il confronto dialettico, il riconoscimento della presenza in seno al mondo della scuola di posizioni distinte, a volte contrapposte.

Come associazione di insegnanti siamo in realtà preoccupati perché oggi fatichiamo a cogliere nelle iniziative dipartimentali la necessaria apertura partecipativa, nonché un afflato culturale, un’aspirazione condivisa: elementi imprescindibili questi per un impegno di rinnovamento.

Sono numerosi ormai i temi e le situazioni che vorremmo portare a esempio.

Sul piano dei contenuti delle proposte di riforma, non ci convincono l’innamoramento acritico e pervasivo per un approccio “per competenze” (aprioristicamente promosso, benedetto e indicato a nuovo credo pedagogico) e più in generale l’infatuazione per una sorta di globalizzazione dei sistemi educativi, qual è quella attuale, promossa inizialmente dall’OCSE ed esportata in tutto l’occidente.

Ci preoccupano, in particolare, l’enfasi posta sulle dimensioni meta-disciplinari, che finisce per svilire il contributo educativo dell’accesso ai saperi (per lo più concettualmente ridotti a mere “risorse” nozionistiche); la conseguente mortificazione della tradizionale impostazione epistemologica dell’insegnamento a vantaggio di mandati educativi plurimi; la predilezione per i lunghi elenchi compilatori di competenze e di obiettivi dell’insegnamento, che per tradurre funzionalmente la complessità del compito educativo rischiano di sottovalutare il mandato culturale della scuola e di considerare secondaria l’attenzione ai contenuti dell’insegnamento scolastico.

Contestualmente, siamo un poco infastiditi non tanto dalla predominanza, nella conduzione dei processi di innovazione e sviluppo del sistema scolastico, di “scienziati dell’educazione”, 2 quanto dalla contemporanea pressoché totale assenza di persone di cultura di altra formazione.

A questo ordine di preoccupazioni ne conseguono altre più specifiche concernenti la figura dell’insegnante e il suo coinvolgimento nei processi decisionali.

Il docente vive sempre più di frequente un senso di omologazione: sotto la spinta di una crescente impostazione funzionariale dei ruoli educativi, esso vede gradatamente svalorizzata la dimensione intellettuale del proprio mestiere. È sempre più esecutore didattico e sempre meno professionista libero e persona di cultura.

Parallelamente – e forse non è un caso – si impongono modelli di gestione che fatichiamo a non definire verticistici. Talvolta con intenti lodevoli, altre volte meno, prevedono riforme mutuate da altri contesti ed elaborate da un ristretto nucleo di persone con il coinvolgimento di pochi insegnanti. Si tratta di processi “innovativi” che tengono in scarsa considerazione i docenti e i Collegi dei docenti, sempre più mortificati nelle procedure di consultazione nonostante il ruolo loro assegnato dalla Legge della Scuola.

L’apporto delle associazioni sindacali e magistrali è benaccetto, ma – questa è l’impressione – ricercato innanzitutto in pratiche di stampo consociativo, con l’evidente rischio (o con l’implicito fine?) di anestetizzare il dialogo. Chi non “capisce” il nuovo credo, chi non vi si piega o chi al compromesso a tutti i costi preferisce la trasparenza delle posizioni è accusato di “isolazionismo” e guardato con percepibile fastidio. Insomma, al di là delle dichiarazioni d’intenti, poco ci pare sia lo spazio lasciato alla reale partecipazione plenaria del corpo docenti, al dibattito critico, al confronto con le voci dissonanti.

Infine, a riempire di ulteriori timori il nostro sguardo, vi è la sensazione che il lento ma evidente degrado delle condizioni-quadro entro le quali chi lavora nella scuola si trova a operare non venga tenuto nella giusta considerazione. A noi pare che da parte delle autorità scolastiche vi sia una certa difficoltà a riconoscere l’effettivo aumento dei carichi di lavoro avvenuto nell’ultimo decennio e a valutare senza pregiudizi le ragioni di una diminuita attrattiva della professione insegnante; a ciò va aggiunta anche una evidente ritrosia nel prendere seriamente in considerazione gli esiti non entusiasmanti di una formazione iniziale gravosa e imposta (secondo i dettami della CDPE), quand’anche vissuta con oggettivo senso di frustrazione da parte dei diplomati.

Sia chiaro, sono da apprezzare alcuni interventi mirati del DECS (l’aumento di una classe salariale per i docenti delle scuole comunali, l’abolizione della penalità di due classi salariali per i docenti neoassunti, la cantonalizzazione del servizio di sostegno pedagogico comunale) e alcuni tentativi sporadici tesi a porre il problema delle condizioni di lavoro, ma essi sono ben poca cosa in un contesto dominato da altre spinte: da una parte, si assiste al reiterarsi degli appelli volti a “far quadrare i conti”, a risparmiare, insomma a persistere nello stillicidio di tagli agli investimenti nel settore pubblico e quindi anche nel cruciale settore della scuola; dall’altra, la politica offre sempre più numerosi esempi di una pericolosa ingerenza nell’organizzazione scolastica, di una forte sfiducia nel corpo docente e di una scarsa conoscenza del mondo della scuola (ricordiamo che la maggioranza del Parlamento cantonale ha rifiutato la riduzione del numero di allievi per classe ed ha invece imposto l’insegnamento dell’inno patrio, l’obbligo di svolgere le settimane bianche in Ticino, misura impraticabile per molte sedi per motivi logistici, l’istituzione di una giornata del volontariato e deciderà prossimamente se instituire un’ora di civica e “svizzeritudine” come specifica disciplina).

Aumento costante dei carichi di lavoro, volontà di implementare riforme ambiziose che a loro volta implicheranno nuovi oneri e nuove responsabilità, erosione continua delle risorse su cui costruire il proprio intervento, scarsa considerazione da parte del mondo della politica: la situazione con la quale nel prossimo futuro gli operatori scolastici dovranno confrontarsi non è affatto idilliaca. In varie occasioni abbiamo avuto l’impressione che coloro che lamentavano 3 queste difficoltà venissero trattati con una certa insofferenza, o accusati di anteporre il “lamento” alla dimensione propositiva.

Ogni tanto abbiamo la sensazione che l’azione del Movimento della Scuola sia percepita dalle autorità dipartimentali come indigesta, anche se a ispirarla sono principi di democrazia, partecipazione, passione per la scuola. Talvolta abbiamo l’impressione che le nostre iniziative per una scuola di cultura e di conoscenza, per una scuola dotata delle necessarie risorse, per una scuola che consideri innanzitutto l’allievo come persona, che ne promuova lo sviluppo intellettuale, lo spirito critico, l’emancipazione siano guardate con sospetto. Negli anni (il MdS esiste ormai da 10 anni) abbiamo promosso iniziative e dibattito, nell’ideale intento di offrire un contributo riflessivo e progettuale (nelle battaglie a difesa della scuola pubblica, dell’autonomia didattica del docente, per una formazione iniziale e continua di qualità, per una condizione lavorativa adeguata, per una riforma del sistema educativo impostata su valori e contenuti ecc.). I nostri documenti hanno sempre raccolto adesione e attenzione da parte degli insegnanti: spesso sono stati votati dai Collegi e sottoscritti da migliaia di colleghi – si vedano gli “Otto temi per la scuola” (2011), i “Principi per la definizione di una politica della formazione continua dei docenti” (2012), il “Manifesto per la scuola” (2012), “Fermiamo la deriva della scuola pubblica” (2009), scritto in collaborazione con le altre associazioni magistrali. Curiosamente, questi e altri contributi non sembrano invece interessare più di tanto le strategie del DECS.

Il MdS e gli insegnanti non hanno ovviamente bisogno dell’approvazione dell’autorità scolastica per continuare a manifestare una voce realmente indipendente. Continueranno a farlo perché ritengono che questo sia un contributo irrinunciabile in una scuola di democrazia e di qualità. Alla scuola dell’omologazione preferiamo quella dello spirito critico e della partecipazione consapevole.

 

2)

In queste ultime settimane la Divisione scuola del DECS ha avviato una procedura di consultazione sul documento intitolato «Profilo e compiti istituzionali dell’insegnante della scuola ticinese » e ha, nel contempo, aperto una fase di informazione e dibattito sul rapporto recentemente presentato al pubblico «La scuola che verrà – idee per una riforma tra continuità e innovazione ». Ha indicato come scadenza conclusiva della prima il 27 febbraio 2015 e come termine della seconda il mese di marzo dello stesso anno.

Davanti all’importanza e alla complessità dei temi sollevati dai due documenti, in considerazione della grande rilevanza che le questioni toccate rivestono agli occhi degli insegnanti e ricordando che alla fine del semestre numerosi sono gli impegni istituzionali che occupano i docenti, riteniamo doveroso avanzare la richiesta, in entrambi i casi, di una significativa proroga dei termini previsti; ci pare una condizione imprescindibile affinché si possa realmente coinvolgere il corpo docenti nel dibattito che i testi proposti intenderebbero suscitare. L’assemblea del Movimento della Scuola chiede al comitato di sondare la disponibilità ad aderire a questo appello da parte delle altre associazioni magistrali e sindacali.

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