Set 112013
 

 

«La quantità è certificabile secondo parametri standard, la qualità invece si può apprezzare solo con l’esperienza personale: ma oggi siamo nell’era della tecnica, e la tendenza è di trasferire all’uomo l’efficienza senza passione che ci si attende dalle macchine. Il numero di giri di un rotore è misurabile, come la frequenza di emissioni d’onda o il tempo di reazione di una fotocellula; la dolcezza di un sorriso, l’intelligenza di una spiegazione didattica, l’umanità di uno scambio interpersonale non lo sono. Adottando il modello della tecnica rinunciamo alla qualità e facciamo trionfare l’esecuzione meccanica e la burocrazia che la certifica» (Franco Zambelloni, La quantità non dà “credito” al sapere, in «il Caffè», 26 giugno 2011, citato nel rapporto del 14 novembre 2011 della Commissione speciale scolastica).

 

La formazione continua è innegabilmente essenziale per ogni docente. È un onere costante, parte integrante del suo lavoro. Rientra nell’ordinaria preparazione e revisione delle lezioni sotto forma di acquisizione d’informazioni e conoscenze attraverso letture, visite di mostre, partecipazione a convegni, seminari, conferenze, viaggi. Sono attività che comportano spesso un carico oggettivo in termini finanziari e di utilizzo del proprio tempo libero, come d’altronde l’impegno di ricerca (professionale, visiva o storica, per es.) condotto in prima persona, con piacere ma ugualmente con sacrificio, da singoli docenti.

La scelta di vincolare l’obbligo della formazione continua a una contabilità di corsi, da documentare nell’ambito di una pianificazione quadriennale, introduce un cambiamento nella natura dell’obbligo che ogni insegnante ha sempre avuto: quello di formarsi e di mantenersi aggiornato. Da vincolo deontologico lo si riduce a dovere certificativo. Non vogliamo certo dire che sempre, tutti i docenti hanno sentito e sentono questa responsabilità (hanno così nuociuto e nuocciono grandemente alla nostra categoria), ma la maggioranza ha fatto e fa dell’autoformazione continua la leva del proprio insegnamento. D’altro canto, sappiamo che frequentare corsi può a volte essere un modo per apparire buoni docenti in barba alla sostanza. Il problema è avere l’autoformazione continua, accompagnata da corsi pensati secondo modalità che non penalizzino la prima a favore di un meccanismo perverso, dove gli aspetti burocratici sono destinati ad aggravare il compito dell’insegnante con un danno per gli studenti, anche se sulla carta tutto sembrerà pragmaticamente migliorato. Per avere questo equilibrio occorre nondimeno una preliminare riflessione sullo statuto professionale del docente e sulla cultura di riferimento per la formazione dell’insegnante alla luce dei cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni. Questa riflessione non ha purtroppo avuto luogo ed è un vero peccato. Infatti, con le modifiche alla Legge attuale, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport rischia d’introdurre una sua maggior partecipazione finanziaria nella formazione continua (il che è di per sé positivo) e nel controllo di quest’ultima, senza tuttavia prendere di mira l’obiettivo adeguato.

Apprezziamo l’impegno dei sindacati che, nell’ambito del gruppo di lavoro istituito dal DECS con risoluzione del 1 febbraio 2012, ha operato per evitare le derive peggiori innestate dall’iniziativa parlamentare generica di Monica Duca Widmer e Luca Pagani del 14 marzo 2011. Ciononostante, chiediamo loro – così come al Movimento della Scuola – un impegno ulteriore e deciso nell’ottica cui si faceva precedentemente riferimento: essenziale è la ponderazione culturale della figura del docente oggi. Solo l’integrazione fattiva di questa riflessione può dar luogo a una nuova Legge che sia un sicuro passo avanti sulla via della formazione continua e non sia solo portatrice di qualche miglioramento insieme all’ombra densa di un’ulteriore burocratizzazione del nostro lavoro. Teniamo presente che già oggi esiste un obbligo di aggiornamento stabilito dalla Legge e le rilevazioni fatte dal Dipartimento ci dicono che i docenti si aggiornano e che non ci troviamo, dunque, in una situazione d’emergenza.

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