Set 062013
 

Il Collegio dei docenti della Scuola media di Morbio Inferiore ha deciso di prendere posizione contro la revisione della Legge concernente l’aggiornamento dei docenti e condivide quanto espresso nel documento del Movimento della Scuola (“Nuova legge sull’aggiornamento dei docenti: i motivi della nostra contrarietà”, maggio 2013) e nella presa di posizione del Collegio dei docenti del Liceo di Lugano 1 (19 giugno 2013)[1].

L’aggiornamento è una pratica fondamentale nella professione dell’insegnante che garantisce una buona qualità della scuola: quindi la sua valorizzazione è un obiettivo importante oltre che auspicabile. Purtroppo la revisione della Legge sull’aggiornamento dei docenti non solo solleva molteplici perplessità, ma sembra addirittura andare nella direzione opposta: essa svilisce paradossalmente il senso della formazione continua, riducendola a un mero conteggio di corsi certificabili.

Come sostenuto nel documento del Movimento della Scuola e in quello del Liceo di Lugano 1, aggiornarsi è per un insegnante un dovere e anche un diritto, poiché tale attività, perlopiù di autoformazione, rappresenta un aspetto stimolante e creativo del suo lavoro. Ed è proprio l’autoformazione (le letture, la partecipazione a conferenze, a convegni o a mostre, le pubblicazioni, l’impegno in associazioni culturali…) la base, la vera anima della formazione continua, che non può ridursi ai corsi organizzati da esperti, da gruppi di docenti o dal Cantone.

Nella revisione della legge, che è rimasta in gran parte invariata rispetto all’originale che risale al 1990, manca la valorizzazione di una cultura formativa intesa in questo modo. Difetta inoltre di una definizione del rapporto tra tempo dedicato all’insegnamento e tempo dedicato alla formazione, che possa evitare che il primo, sempre più oneroso, prevarichi sul secondo.

L’aggiornamento rientra fra le molteplici attività che un docente svolge al di fuori del tempo di lezione e che coincidono con una parte considerevole del suo impegno lavorativo. Per tale ragione non si può affrontare una questione così importante senza una riflessione approfondita sullo statuto professionale dell’insegnante e sul ruolo, sul valore e sulla necessità della formazione (che cosa fa oggi di un insegnante un buon insegnante? Quale profilo professionale è necessario promuovere?). Nell’ambito di un dibattito più ampio che coinvolga le parti in causa, la revisione della legge potrebbe diventare l’occasione per rendere quest’ultima davvero attuale, senza che il cambiamento di termine da “aggiornamento” a “formazione continua” risulti una mera sostituzione lessicale. Va precisato che tale scambio terminologico, sotto certi aspetti, è alquanto discutibile, poiché sottende una pluralità di concezioni e introduce non poche ambiguità, che di certo non possono essere dissipate nei tempi così brevi concessi per la discussione della revisione della legge?

La pianificazione e il monitoraggio cantonale delle attività di formazione continua, due nuovi principi introdotti dalla revisione, sollevano questioni che aumentano la nostra perplessità e la nostra preoccupazione.

Nella pianificazione cantonale delle attività di formazione continua – ogni quattro anni saranno elaborate delle linee direttive – temiamo che l’offerta formativa possa subire un’eccessiva omologazione e che la collaborazione con alcuni istituti del cantone, esterni all’amministrazione pubblica (DFA e IUFFP), possa trasformarsi in un vincolo esclusivo. Per tali motivi, concordiamo con le proposte di emendamento presenti nel documento elaborato dal Collegio dei docenti del Liceo di Lugano 1.

Per quanto concerne l’introduzione di un monitoraggio da parte del Cantone delle attività di formazione di ogni singolo docente, ci preoccupa la decisione di stabilire l’obbligo di un numero minimo di giornate di formazione, non tanto per un rischio di carico eccessivo (otto giornate su quattro anni), quanto per il concetto che sottende: basterà dunque seguire unicamente qualche corso che rientri nella pianificazione cantonale, offerto dal DFA o dallo IUFFP, per assolvere i propri obblighi formativi? Tali corsi, è vero, sono più facilmente certificabili, ma un principio del genere, piuttosto che promuovere la formazione, ne considera unicamente l’aspetto quantificabile. Questo premierebbe paradossalmente gli insegnanti che si limiteranno a seguire il numero di giornate richieste.

Bisogna poi aggiungere che la proposta secondo la quale ogni docente dovrà rendere conto della propria attività di aggiornamento tramite un’adeguata documentazione da sottoporre al direttore e all’esperto di materia rischierebbe di provocare un forte aumento di pratiche burocratico-amministrative, aggravando di fatto gli oneri di insegnanti e di istituti. Ciò potrebbe infine deviare verso forme di valutazione individuale del lavoro del docente.

In conclusione, ribadendo quanto si afferma nel documento del Movimento della Scuola, come si può valorizzare la formazione continua se non si interviene sulle condizioni di lavoro, proponendo soluzioni che permettano agli insegnanti di avere tempo ed energie per dedicarsi alla ricerca, alla sperimentazione didattica, allo studio? Ciò non avverrebbe certo obbligandoli a seguire un minimo di corsi ogni anno.

 

[1] Documenti che hanno rappresentato il punto di partenza della discussione e da cui sono state rielaborate le riflessioni presenti nella nostra presa di posizione.

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