Dic 042012
 

Signor Presidente,
on. Consiglieri di Stato,

prendiamo spunto dalla discussione nata attorno alla scuola a seguito delle decisioni da voi annunciate per sottoporvi la nostra lettera che non vuole essere l’ennesima critica, ma vuole esporre le nostre preoccupazioni, avere al tempo stesso carattere propositivo e sottoporvi infine dei quesiti.

Nelle discussioni tra colleghi a proposito del nostro lavoro, ci accorgiamo che sono in aumento i sentimenti negativi, come il fatto che ci si senta sempre più abbandonati, che ci sia una certa sfiducia generale, che ci si accorga di come il nostro ruolo sia sempre meno riconosciuto dalla classe politica e dalla società in generale. Oltre a questo c’è un continuo aumento del carico di lavoro e dei ruoli che abbiamo dovuto assumere (da quello dello psicologo a quello dell’assistente sociale, e via dicendo) senza che questo sia stato accompagnato da un adeguato sostegno, da un riconoscimento e da un’idonea formazione. Ci troviamo così ad affrontare sempre più di frequente situazioni per le quali non ci sentiamo formati e per le quali vediamo la necessità di far capo ad altre figure professionali. Oltretutto non sempre il docente di sostegno può fornirci l’aiuto adeguato, o perché non formato sul tipo di problematica o perché oberato dal lavoro. Inoltre, il fatto di dover assumere ruoli che riteniamo non siano di nostra competenza, ci rende vulnerabili agli attacchi e alle critiche.

Se pensiamo agli innumerevoli aspetti della nostra professione e li mettiamo su una bilancia ci rendiamo conto che il piatto più pesante è riservato agli aspetti negativi, che prevaricano decisamente su quelli positivi.

A prova anche delle nostre sensazioni, possiamo citare il fatto che la sindrome di burn out tra i docenti sia in aumento, così come le assenze per malattia.

Ciò che fa l’attrattiva di un mestiere non sta solo nel salario, ma anche nell’importanza che quel lavoro assume nella società e nel riconoscimento che esso riceve all’interno di quest’ultima.

Tra le altre cose che ci preoccupano vogliamo sottolineare, soprattutto nel settore primario, la crescente femminilizzazione della professione.  Questo fenomeno è sintomo di una perdita di attrattiva, ci sembra che la professione di docente sia sempre più un lavoro d’appoggio a quello del marito. Da qualche tempo inoltre, si presenta una nuova problematica: i direttori faticano a reperire supplenti. Si ricorre sempre più spesso a supplenze interne sfruttando le ore libere di altri docenti, sottraendo così il tempo che normalmente è dedicato alla preparazione o alla correzione (altro onere in aumento!).

Un’altra cosa che ci preoccupa è la mancanza di progettualità della classe politica intorno alla scuola. Abbiamo come l’impressione che le scelte vengano prese senza che ci sia un progetto a lungo termine. Si ha infatti la sensazione che di fronte ad un bicchiere pieno di buchi si tenti di “tappare” alcuni di essi con misure a corto termine anziché pensare seriamente a risolvere il problema, cioè cambiare il bicchiere!

Ci sentiamo anche poco coinvolti nelle scelte politiche che riguardano la scuola. Siamo a conoscenza, grazie alla lettura di ricerche e testi e attraverso la nostra formazione continua, di quello che succede altrove, come ad esempio in Finlandia o in Canada, o anche in altri cantoni della Svizzera dove c’è una politica che investe maggiormente nella scuola. Per citare alcuni esempi, nella maggior parte dei cantoni svizzero tedeschi, l’orario nelle diverse classi di scuola elementare è progressivo dalla prima alla quinta (nei vicini Grigioni in prima elementare le ore lezione sono 22 e progressivamente ne vengono aggiunte fino ad arrivare a 32 in quinta). In altre scuole sono presenti accanto al docente titolare delle figure di appoggio per i bambini più bisognosi (oltre a quella del docente di sostegno).

La recente misura annunciata dall’Onorevole Bertoli in merito alla diminuzione del numero massimo di allievi per classe ci ha positivamente colpiti, anche se abbiamo il timore che questo intervento possa aumentare il numero delle pluriclassi (con le relative conseguenze sulla qualità dell’insegnamento). Questo passo verso il miglioramento delle condizioni di insegnamento è sì significativo, ma non risolve le problematiche esposte. La misura non ci sgrava infatti da tutto il lavoro extra e dai vari ruoli che ci vengono delegati, in quanto non è solo il numero degli alunni a influire su questo. Inoltre non va dimenticato che la misura avrà ricadute solo a partire dalla scuola elementare, tralasciando completamente il settore della scuola dell’infanzia confrontato con sezioni (nel caso di Claro) numerose.

C’è un altro elemento che non dobbiamo dimenticare e cioè che all’interno dello stesso Cantone ci sono delle differenze tra un istituto e l’altro. Per esempio non tutti gli istituti beneficiano dei docenti speciali e questo porta a un carico di lavoro diverso per il docente titolare. Oltre a questo, anche a dipendenza del circondario nel quale si lavora, ci sono degli oneri e delle richieste molto eterogenee. A dipendenza dell’ispettore, del direttore o dei progetti in corso, le ore da investire all’infuori dell’orario scolastico sono molto variabili.

La decisione dell’assegnazione delle ore speciali (educazione fisica ed educazione musicale), dei docenti d’appoggio così come quella di docenti per i casi difficili è sottoposta alla decisione dei singoli comuni. Questo porta a delle differenze fra comuni finanziariamente forti e finanziariamente deboli. A nostro avviso questo genere di cose non dovrebbe dipendere dal fattore economico, ma basarsi su motivazioni pedagogiche.

A supporto delle nostre sensazioni ci ritroviamo nelle parole di Fabio Pusterla[1] che dice:

“La scuola va avanti, certo; ma al suo interno si respira da tempo una certa stanchezza, una certa rassegnazione, un certo fatalismo. Gli insegnanti sono stanchi e sfiduciati; le loro condizioni di lavoro sono andate aggravandosi enormemente negli ultimi decenni (chiunque abbia un minimo di conoscenza diretta dell’universo giovanile e delle condizioni familiari contemporanee non può onestamente mettere in dubbio una simile constatazione), mentre il loro prestigio sociale e il loro stipendio sono andati progressivamente erodendosi, e tra poco potrebbe toccare anche alla loro pensione. Quelli più anziani cominciano a non reggere più agevolmente il peso della responsabilità e della fatica crescente; quelli più giovani sono svantaggiati finanziariamente e spesso spaesati: hanno studiato, hanno dovuto sobbarcarsi una formazione pedagogica lunga e a dir poco discutibile (e invece assai poco discussa, assai poco criticabile), e ora si trovano confrontati, quando hanno fortuna, con una realtà ben più difficile e complessa, con il peso delle correzioni, con i dubbi sul senso dell’insegnamento, sul senso della scuola; e, diciamolo pure, con uno stipendio non eccezionale. Tanto è vero che per alcune materie scolastiche cominciano da qualche tempo a scarseggiare i candidati, e soprattutto i candidati che scelgono di insegnare per una reale passione, per un reale interesse, e che amano tanto la loro disciplina di studio quanto la possibilità di diffonderne realmente la conoscenza tra i giovani studenti. Chi può fare altro, c’è da temere, sta cominciando a valutare opportunità migliori e forse più vantaggiose, in termini di retribuzione, di carriera, di prestigio. Persino la femminilizzazione della professione, che naturalmente è anche il segno positivo di una emancipazione culturale, può essere letta con un poco di preoccupazione: in molti casi, l’insegnamento sta forse diventando, come è già diventato in altri paesi, la professione delle mogli, il cui marito o compagno si occupa di attività più remunerative e più socialmente considerate. La scuola va avanti, certo, ma con il fiato corto, e nascondendo la polvere e l’ombra sotto il tappeto ufficiale del buon funzionamento di superficie. […]”

Crediamo che tutto quanto abbiamo espresso abbia come cause da una parte la mancanza di risorse finanziarie e dall’altra parte scelte politiche che non hanno particolare riguardo nei nostri confronti. Siamo inoltre certi che spesso vengono investiti dei fondi in progetti che sinceramente non portano a miglioramenti concreti dei nostri disagi e questo ci rammarica: dovremmo forse essere ascoltati e coinvolti maggiormente! A nostro modo di vedere, la scuola è un servizio fondamentale e noi continueremo sempre a svolgere il nostro mestiere con passione, impegno e dedizione, convinti del fatto che i giovani di oggi saranno gli adulti che faranno la società di domani. Ci aspettiamo però che anche lo Stato riconosca l’importanza del settore attraverso misure concrete e non attraverso tagli continui.

Ringraziandovi per l’attenzione che siamo certi ci riserverete, ci congediamo permettendoci di sottoporvi alcuni quesiti:

  • Pensate che gli attori (docenti e genitori) in causa siano sufficientemente coinvolti nelle decisioni che riguardano la scuola?
  • Cosa intende fare il CdS, oltre alle recenti misure, per rendere più attrattiva la nostra professione affinché non diventi solo una missione?
  • Cosa intende fare il CdS per trovare nuovi docenti per ricoprire i posti che saranno presto vacanti?
  • Cosa si può fare affinché alcune decisioni riguardo le materie speciali, doposcuola, mense e altre misure non siano sottoposte solo alla decisione del singolo comune?
  • Cosa intende fare il CdS per riequilibrare la proporzione uomo/donna nella classe docenti soprattutto per i primi ordini di scuola?

 

Collegio dei docenti Istituto Scolastico di Claro

Assemblea Genitori di Claro



[1] Intervento di Fabio Pusterla , poeta e docente, in occasione di una conferenza sulla scuola organizzata dall’Associazione per la Scuola Pubblica, Bellinzona 19 febbraio 2011

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