Dic 012012
 

Intervista apparsa su TicinoLive

Il professor Fabio Camponovo, docente di italiano, da molti anni lavora alla formazione degli insegnanti. Attualmente ricopre il ruolo di esperto per la scuola media, si occupa della formazione dei docenti di italiano nel medio superiore presso il DFA/SUPSI e tiene un seminario di didattica dell’italiano presso l’Università di Friburgo. È copresidente e cofondatore del Movimento della Scuola.

Un’intervista di Francesco De Maria. Intervistato e intervistatore sono stati a lungo colleghi nell’istituto di Lugano 1.


Francesco De Maria Allora, i professori sciopereranno il 5 dicembre?

Fabio Camponovo Lo sciopero è un diritto sacrosanto e uno strumento di pressione efficace per i lavoratori. Di certo, in Ticino, non è una pratica usuale (uso un eufemismo), soprattutto nel settore pubblico. Ma quando ci vuole ci vuole. Le condizioni per lo sciopero a mio avviso ci sono tutte: oltre venti misure di risparmio hanno colpito docenti e dipendenti pubblici sull’arco di un ventennio, dimostrando tutta la loro inefficacia e insensatezza ai fini di un miglioramento delle finanze cantonali; il peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro è un dato di fatto; le trattative sindacali (per quel che ne so) sono a un punto morto. Che faranno gli insegnanti? Mi sembra che progressivamente, pur con comprensibili scrupoli, ma spinti da un senso di reale disagio (sia chiaro, non necessariamente legato alla decurtazione salariale) i docenti stiano rispondendo in maniera convinta alla proposta di sciopero. Più istituti scolastici vi hanno aderito, anche se le forme di astensione dal lavoro, per comprensibili ragioni, varieranno secondo gli ordini e i gradi scolastici.

Che cosa succederà esattamente quel giorno? Ci saranno manifestazioni?
FC Diciamo le cose come stanno. L’organizzazione dello sciopero spetta al sindacato VPOD/SSP (Sindacato dei Servizi Pubblici). È questo sindacato che si è assunto la responsabilità, l’onere e l’onore della giornata. Le forme di adesione sono molto diversificate. Di sicuro prevedo una massiccia presenza alla manifestazione convocata alle 15.00 del pomeriggio a Bellinzona. Posso dire invece di che cosa succederà il 29 novembre (questa è un’iniziativa promossa dal Movimento della Scuola) in una cinquantina di scuole ticinesi (le adesioni stanno ancora arrivando). Questa sarà una giornata di informazione e controinformazione, ma soprattutto di apertura e dibattito, che coinvolgerà insegnanti, genitori, cittadini interessati a riflettere sulle attuali condizioni della scuola ticinese e dei suoi docenti. Gli istituti scolastici che hanno aderito all’iniziativa (a volte in collaborazione con i comitati dei genitori) proporranno momenti informativi che vanno dalle “porte aperte”, all’esposizione di manifesti appositamente preparati, alla riunione, alla tavola rotonda ecc. Ciò che è interessante notare, in questo caso, è l’adesione di scuole di ogni settore: dalle scuole comunali (SI e SE) alle scuole medie (oltre venti sedi) alle scuole medie superiori e alle scuole del settore professionale.

Che cosa risponde a coloro (e ne conosco) che ammoniscono: “Così facendo i docenti danneggiano la loro stessa immagine!”
FC È la solita storia. Conosco bene questo assunto, che purtroppo è diffuso anche fra i docenti stessi. Ricordo perfettamente che questo era uno dei principali argomenti allorquando si decise di lanciare il referendum contro l’aumento dell’onere lavorativo dei docenti cantonali, nel 2003/04. Eppure continuo a ritenere che l’immagine del docente non può che uscire rafforzata se questi decide di manifestare pubblicamente il proprio disagio e le proprie opinioni. È una questione di orgoglio e di dignità professionale, anche di credibilità. Io penso che quando un insegnante avverte lo scarto crescente fra il mandato educativo che gli è assegnato e le condizioni necessarie per assolverlo non solo ha il diritto, ma anche il dovere di denunciarlo pubblicamente. È così che si difende la professione e la scuola.

Che cos’è il Movimento della scuola, del quale lei è co-presidente, e come è strutturato? Quando è stato fondato? Che cos’ha realizzato sino ad oggi?
FC Il Movimento della Scuola (MdS) è un’associazione magistrale costituitasi nel 2004, subito dopo la votazione popolare che sancì l’aumento di un’ora-lezione dell’impegno settimanale dei docenti cantonali. Fin da subito il MdS ha assunto un carattere di indipendenza da partiti e organizzazioni sindacali. L’intenzione, dichiarata anche negli statuti, è quella di riattivare un’attenzione pubblica nei confronti della politica scolastica e dell’identità professionale del docente. La campagna di mobilitazione del 2004 ci aveva fatto capire che le questioni sindacali non andavano disgiunte dalla riflessione pedagogica e culturale sul “fare scuola” e sulle mutate condizioni dell’insegnamento. In questo senso ci siamo mossi promovendo dibattiti, serate pubbliche con conferenzieri di fama internazionale, documenti rivolti agli insegnanti su svariati temi (la formazione iniziale e continua, la qualità dell’insegnamento, la condizione dell’insegnante, le trasformazioni vissute dalla scuola e dal compito educativo nel corso dei decenni, la politica scolastica del Cantone, la questione del concordato HarmoS ecc.). Abbiamo sempre cercato di mantenere un legame forte con gli istituti scolastici e gli insegnanti, collaborando anche con iniziative sindacali e prendendo parte a gruppi di lavoro istituiti dal DECS. La forza di questo nostro interesse ci è oggi riconosciuta e siamo diventati l’associazione magistrale certamente più attiva e più presente nel dibattito sulla scuola (oltre che quella che riunisce il maggior numero di aderenti). Chi desiderasse avere più informazioni (e in particolare leggere il “Manifesto per la scuola” che ben riassume le nostre posizioni e per il quale abbiamo recentemente aperto una sottoscrizione) lo può fare ricorrendo al nostro sito (www.movimentoscuola.ch). Dico infine che siamo tutti insegnanti, che non riceviamo compensi o riconoscimenti di alcun tipo, che lavoriamo benevolmente nel nostro tempo libero.

Si tratta di un’associazione fortemente politicizzata? È un movimento più ideologico o più sindacale?
FC Sinceramente, io credo che la questione scolastica oggi non sia tanto quella di una contrapposizione tra sinistra e destra. Non mi sembra sia più questo il tema. Anzi, sarebbero quanto mai benvenuti i dibattiti ideologici e politico-culturali degli anni ’60 e ’70, almeno nella misura in cui favorissero un approfondimento serio su quale scuola vogliamo e quali mandati educativi vorremmo istituzionalmente attribuirle. Il MdS ovviamente prende delle posizioni, anche molto determinate, ma libero da condizionamenti partitici o “ideologico-sindacali”, come lei li definisce.

Gli ultimi cinquant’anni della scuola ticinese li descriverei all’incirca così: dapprima il declino della scuola “autoritaria”, poi qualche piccolo moto “rivoluzionario” seguito dai brevi anni delle direzioni “collegiali”. Indi la mini-restaurazione del 1990 (nuova legge scolastica), più che accettata, subíta, e giù giù sino ai giorni nostri. La massa degli allievi liceali sempre in crescita, i docenti sempre insoddisfatti e rigidamente corporativi. Come descrizione sommaria potrebbe andare? La vuole integrare, correggere?
FC Il discorso qui si farebbe troppo complesso per consentire una risposta minimamente esaustiva. A me preme sottolineare come nel corso degli ultimi decenni la scuola abbia silenziosamente vissuto delle trasformazioni radicali, passando da istituzione cui era attribuito il mandato politico della crescita intellettuale e culturale del giovane cittadino a servizio educativo che si accolla una miriade di compiti socio-educativi (conoscenze disciplinari e di cultura generale, ma anche compiti di prevenzione e socializzazione, educazione sessuale, stradale, al rispetto e alla tolleranza, alla cittadinanza ecc. ecc.). Insomma è cambiato il rapporto scuola-famiglie e scuola-società civile, complice anche la crisi attuale dei nuclei famigliari, dei tradizionali luoghi di aggregazione giovanile, l’insorgere di “emergenze educative”. A questo si aggiunga l’importante mutamento dell’identità stessa del giovane allievo: pensiamo anche solo un momento a come le moderne tecnologie della comunicazione abbiano profondamente inciso sui processi cognitivi di appropriazione della conoscenza, a come si vada affermando sempre più un’ideologia funzionalista della formazione (al centro la persona oppure un sapere “usa e getta”, frammentario, che si consuma nel breve volgere di un decennio?)
È questo il discorso che mi sta più a cuore. Se tutto attorno alla scuola è cambiato, non è forse necessario ripensare alla sua identità, recuperandone un valore sicuro? La farcitura di nozioni e l’imbottitura di educazioni non mi convince. Spesso dico che la scuola oggi è a rischio di implosione e il concetto, non devo certo spiegarlo a lei che ha avuto una formazione scientifica, è quello di un aumento impressionante di richieste educative che vanno ad accollarsi alle spalle degli insegnanti. Quando le energie interne non sono più sufficienti per sostenere le pressioni esterne, il giocattolo si accartoccia, implode. Il guaio è che questo giocattolo è una fondamentale istituzione dello Stato.

È la sera del 10 aprile 2011. L’incubo si è avverato, il PLR ha perso un seggio in governo. Bisogna designare il nuovo direttore del DECS. Un leghista? (orrore). Un pipidino? (mamma mia!). La signora Sadis? Alla fine i docenti hanno ricevuto… il socialista Bertoli. Per la maggioranza dei nostri docenti la scelta più gradita?
FC A questa domanda non so rispondere. Penso che ai docenti premesse soprattutto avere un direttore competente, interessato, attento ai loro bisogni, capace di difendere l’immagine dell’insegnante e di dare il via a una nuova stagione culturale e pedagogica.

Dopo un anno e mezzo di attività, come valutare il suo operato? Ha saputo corrispondere alle attese? Non aveva promesso un aumento di stipendio ai docenti?
FC L’onorevole Bertoli ha indubbiamente rappresentato una speranza. Le intenzioni dichiarate inizialmente (diminuzione del numero massimo di allievi per classe, possibili aumenti salariali, ma soprattutto l’intenzione di essere all’ascolto dei docenti) hanno alimentato delle attese. Poi, delle inevitabili disillusioni. Non conosco personalmente il Consigliere di Stato. Posso dire che in occasione dei suoi interventi pubblici mi è sempre parso persona intelligente, di un’intelligenza pronta e tuttavia qualche volta ammantata di un velo di presunzione (spero non me ne voglia). Alcune sue decisioni (relative alle mense e ai trasporti, alla leggera modifica della griglia oraria delle scuole medie con penalizzazione dell’inglese), alcuni suoi interventi pubblici degli ultimi mesi (proprio sulla trattenuta salariale e sulle reazioni dei docenti) sono parsi frutto di scelte affrettate, non concordate e non costruite sulla necessaria stima per l’insegnante.

Alcuni anni or sono quando il governo impose un aumento dell’onere settimanale da 23 a 24 ore-lezione, le proteste furono veementi. A suo avviso, a quanto ammonta l’onere lavorativo reale di un docente liceale?
FC Parto dal principio che un insegnante voglia e debba essere un buon insegnante. Ecco, io credo che se assommassimo alle ore-lezione (di per sé impegnative anche come presenza psico-fisica davanti alla classe), gli innumerevoli altri impegni previsti istituzionalmente (riunioni di Collegio, di Consigli di classe, incontro con genitori e studenti, attività culturali e di istituto ecc.) e soprattutto se considerassimo gli oneri di preparazione, di correzione e di autoformazione (insomma tutto quel lavoro che non si vede e non si contabilizza), arriviamo tranquillamente oltre le 50 ore settimanali. Ho detto “credo”, ma in realtà ne sono sicuro. Poi, lo dico a scanso di equivoci, necessariamente ci si adegua oppure si crolla di schianto; a qualcosa si rinuncia (penso in particolare alle letture personali o alla preparazione impeccabile delle lezioni) Mi sembra per lo meno curioso che non si sia mai fatta una ricerca in questo senso.

Un tempo (non certo molto lontano) un giovanotto si presentava con in tasca il suo titolo universitario (diploma, ev. dottorato), faceva il concorso, otteneva il posto… e incominciava a insegnare. Era un sistema errato?
FC Era semplicemente il modo implicito di concepire la professionalità del docente. Di fatto si riteneva che la sua formazione accademica e scientifica bastasse a legittimarlo come “maestro”. Oggi non è così. Un insegnante non si improvvisa ma si forma. Penso che la formazione pedagogico-didattica sia importante (e lo dico, sì, da persona attiva da oltre 25 anni nella formazione dei docenti, ma anche da persona molto critica verso l’impostazione attuale dei curricoli formativi). Di fatto entrare nella professione oggi è diventato molto più difficile di un tempo e, guarda caso, questo impegno gravoso sta tutto sulle spalle del giovane studente.

Parliamo dell’abilitazione dei docenti, cioè in sostanza della certificazione delle loro capacità pedagogiche. È utile? È necessaria? Com’era all’atto della sua introduzione, com’è oggi?
FC Ecco un altro tema che mi sta particolarmente a cuore e per il quale non credo di avere lo spazio necessario per una risposta articolata. Quanto certo pedagogismo di maniera ha contribuito a snaturare l’identità culturale del docente? Quanto invece una vera cultura pedagogica è passaporto per un accesso consapevole al compito educativo?
Per non perdermi in una discussione che mi appassiona mi limito a rinviare da un lato a un mio articolo pubblicato sulla rivista “Verifiche” (n.ro 4, ottobre 2012, pp. 5 – 8), dall’altro a ribadire che al docente “impiegato pedagogico-didattico” ho sempre preferito il docente “uomo di scuola e di cultura”.

L’ultima domanda dev’essere brillante, o provocatoria, o evocatrice. Lei ha vissuto il Sessantotto? Dov’era in quei lontani anni? Quali sono i suoi ricordi? (In cambio io le confiderò i miei…)
FC Nell’anno 1968 ero uno studente (timido) del Ginnasio di Mendrisio. Ero in terza ginnasio. Percepivo un fervore innovativo e, grazie anche a un docente in particolare, apprezzavo le letture, il dibattito e il confronto delle idee. Non ricordo, al di là di qualche iniziativa umanitaria, di avere avuto parte attiva in alcunché. Se però ci riferiamo al ’74, quando presso il liceo di Lugano gli studenti, mossi da ideologie disparate e da ideali tutto sommato più che sensati (l’interesse per il senso profondo dello studio, la rivendicazione di uno spazio assembleare riconosciuto per gli studenti, l’antiautoritarismo, l’antinozionismo, l’impegno sociale, l’impegno politico), occuparono la scuola, intervenne la polizia, mise radici l’esperienza della cosiddetta “direzione collegiale”, allora sì, ne fui protagonista partecipe e attivo. Erano tempi di grandi ideali, di interminabili discussioni intorno alla politica, all’economia, all’ingiustizia sociale… e anche al ruolo della scuola, della selezione, della cultura, della letteratura. Fu allora che partecipai allo “sciopero” degli studenti, così come mercoledì 5 dicembre parteciperò (non nostalgicamente) allo sciopero dei dipendenti pubblici. Per me gli anni del liceo e delle manifestazioni e dei confronti dialettici (il Sessantotto ticinese) sono stati vissuti intensamente. Sono anni che hanno contribuito (almeno quanto la scuola) alla mia formazione come persona.

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