Ott 052012
 

Secondo un copione che si ripete da anni, il Consiglio di Stato informa i cittadini che il bilancio dello Stato è in rosso; e, questa volta, come prima e apparentemente unica misura di risparmio, propone di diminuire lo stipendio dei suoi dipendenti, impiegati e docenti. Poco importa che le loro condizioni di lavoro si siano da tempo nettamente deteriorate; poco importa che gli insegnanti ticinesi, che già hanno subito l’aumento del loro onere formativo e lavorativo, siano tra i meno pagati della Svizzera; poco importa che l’attrattività della professione risulti in continuo calo; poco importa che nei prossimi mesi persino il loro futuro pensionistico verrà drasticamente peggiorato. Ai dipendenti pubblici, impiegati e docenti, si può chiedere un ulteriore sacrificio: probabilmente nessuno li difenderà.

È legittimo chiedersi come mai l’idea di ridurre i costi della scuola, di per sé miope e pericolosa, non si traduca in un risparmio di cui studenti e famiglie possano avere una chiara percezione. L’autorità politica ritiene davvero di dover imporre tagli al settore della formazione pubblica? Abbia allora il coraggio di proporre dei mutamenti: di togliere ore a questa o a quella disciplina, di sospendere servizi o sostegni; si assuma cioè la responsabilità di una scelta dichiarata, rischiando di scontentare qualcuno. Toccare gli insegnanti, invece, è fin troppo facile, poiché il peggioramento delle loro condizioni di lavoro non tocca in maniera diretta nessuno, neppure gli studenti: un docente non può lavorare meno, preoccuparsi meno, interessarsi meno della sorte dei suoi studenti. Come potrebbe farlo? Anche pagato meno, certo non incoraggiato nella propria motivazione, anzi quasi umiliato dal ripetersi degli interventi che ne pregiudicano le condizioni salariali, continuerà a lavorare come prima, nel limite del possibile. Non si pensi, però, che rendere la professione di insegnante sempre meno attrattiva sul piano economico non comporti, a medio termine, un danno grave per la scuola pubblica.

Per questo, vorremmo comunicare due cose ai nostri studenti, alle loro famiglie e ai cittadini ticinesi. La prima è che, malgrado questo nuovo segnale di scarsa considerazione, noi cercheremo in ogni modo, come abbiamo fatto in passato, di garantire il buon funzionamento della scuola, con tutte le nostre forze. La seconda è che, di fronte all’ennesima erosione della nostra dignità professionale, non intendiamo più farci carico di impegni che in qualche modo si possono considerare come non prioritari e che sono stati svolti in parte a titolo volontario. Privilegeremo le attività assolutamente indispensabili, cioè lo studio, le lezioni e la didattica, e lasceremo in secondo piano quelle a cui è meno doloroso rinunciare: perché neppure agli insegnanti si può chiedere impunemente ogni tipo di rinuncia.

Per questi motivi, come prima forma di protesta, il Collegio dei Docenti del Liceo cantonale di Lugano 1 decide oggi, lunedì 1° ottobre 2012, di abolire fino a nuovo avviso le gite di studio, in particolare quelle che prevedono pernottamenti, perché esse impongono uno sforzo organizzativo e finanziario, un’assunzione di grave responsabilità e un coinvolgimento emotivo da parte degli insegnanti. Non è una decisione facile, né una scelta sconsiderata. È invece il primo effetto di una politica finanziaria inaccettabile, che, ancora una volta, non considera, sminuendola sul piano salariale, la figura dell’insegnante, comunque centrale rispetto all’offerta di una formazione di qualità alle nuove generazioni.

La presente risoluzione è stata approvata con: 76 voti favorevoli, nessun voto contrario e 10 astensioni.

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