Mar 242012
 

di Angelica Lepori, Solidarietà, 22 marzo 2012

Recentemente il direttore della Divisione scuola del DECS, Diego Erba, ha commentato i dati riguardanti l’impiego di docenti frontalieri nelle scuole del cantone. Per il momento, sostiene Erba, il fenomeno è contenuto anche se l’assunzione di personale frontaliero è in aumento. Non vogliamo soffermarci sui numeri ma sulle parole usate da Erba, a più riprese, per commentare questo fenomeno tutto sommato marginale. Il capo divisione ha infatti sostenuto che i docenti frontalieri sono più preparati, più flessibili, più determinati e si adattano più facilmente alle direttive dipartimentali rispetto agli indigeni. Non contento ha inoltre voluto precisare che nei colloqui di assunzione si constata a volte un diverso modo di porsi da parte dei candidati frontalieri rispetto a quelli ticinesi.

Le sue dichiarazioni non hanno mancato di indignare il corpo insegnante ticinese, e meritano comunque qualche commento.

Da una parte, tra le righe, Erba sottolinea come le condizioni di lavoro dei docenti ticinesi siano in qualche modo peggiorate e richiedano spesso e volentieri molti sacrifici. Dall’altra però, in modo del tutto irresponsabile, non fa che accentuare le divisioni e i malumori già presenti nel corpo insegnanti accusando i docenti indigeni di non sapersi adattare a questi cambiamenti come invece, sembrerebbero fare i docenti frontalieri. In questo modo il funzionario pubblico esplicita in maniera quasi disarmante il discorso che fanno i datori di lavoro del privato: le ragioni che spingono ad assumere sempre più facilmente manodopera frontaliera non hanno a che fare unicamente con una questione di costi salariali, ma mirano soprattutto a creare una frammentazione della forza lavoro, una divisione utile poi a peggiorare le condizioni di lavoro per tutti quanti. La forza lavoro viene divisa e le sue diverse componenti vengono messe le une contro le altre facendo perdere di vista i veri responsabili del degrado della condizioni di lavoro, che diciamolo chiaramente non sono i lavoratori frontalieri ma i datori di lavoro.

Un modo molto semplice per fare pressione sulla manodopera indigena (se non accettate determinate condizioni sappiate che ci sono altri più preparati e flessibili disposti a prendere il vostro posto) e per indebolire il fronte della resistenza e della protesta introducendo sentimenti xenofobi e razzisti. Possiamo ben immaginare come si siano sentiti i pochi docenti frontalieri il giorno dopo le esternazioni di Erba…

Sembra proprio che il vento leghista che da qualche anno ormai spira alle nostre latitudini abbia contagiato anche i funzionari del DECS. Speriamo che il corpo docenti non si faccia contagiare e risponda alle provocazioni facendo una battaglia comune sulle condizioni di impiego e di lavoro difendendo i diritti di tutti i dipendenti. La presa di posizione del Movimento della Scuola va sicuramente nella giusta direzione, da lì bisogna ripartire per ricostruire un movimento di insegnanti che metta al centro i diritti del lavoro e la dignità degli insegnanti.

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