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di Filippo Ciceri – CdT, 10 marzo 2012

Le recenti imma­gini di un sindaco che, nei panni di Ja­mes Bond, libera il re del Carnevale e gli consegna le chiavi della città hanno fat­to storcere il naso a qualcuno portando qualche critica al po­litico in questione. Va peraltro ricordato che i contatti rav­vicinati possono essere di stimolo alla for­mazione di anticorpi. E qualche anticor­po in più contro le carnevalate, quelle fuori tempo e fuori luogo, gioverebbe a tutti. Compresa la classe politica, talvol­ta un po’ indulgente in fatto di eccessi (vedi capitolo superbonus ai top mana­ger) e non sempre a distanza di sicurez­za dagli stravolgimenti della logica. Per trovare esempi in tal senso sarebbe faci­le varcare il confine e andare a pescare nel vastissimo repertorio della politica italiana.
Mi duole invece rimanere in territorio ti­cinese e portare il caso del rapporto del­la multicolore Commissione speciale sco­lastica in merito al tema dell’aggiorna­mento dei docenti, rapporto sottoscritto da ben 16 granconsiglieri. Tale documen­to risponde a un’iniziativa parlamenta­re che chiede di correggere l’attuale leg­ge affinché, tra le varie cose, essa esplici­ti «in modo vincolante il numero di cre­diti certificati da dedicare annualmente ai corsi di aggiornamento».

Crediti certificati e libri letti

Per i non addetti ai lavori va chiarito che dietro il termine «crediti certificati» vi è il riferimento a un sistema di calcolo che ad ogni «credito» associa un (presunto) tot di ore di studio o di frequenza di cor­si. Proprio su questo punto si era espres­so, con lucidità e garbata ironia, il pro­fessor Zambelloni, in un articolo appar­so mesi fa sul «Caffè» e di cui riporto il seguente passaggio: «In passato il docen­te responsabile e serio si teneva aggior­nato nel modo più ovvio e proficuo: leg­gendo libri, studiando. Ma si capisce che «certificare» le letture fatte da un inse­gnante è molto più difficile che rilascia­re un timbro di frequenza al termine di un corso: in primo luogo occorrerebbe che il «certificatore» avesse lui stesso let­to molto – cosa non sempre scontata – e poi la verifica richiederebbe tempo, im­pegno e competenza. Molto più spiccio e comodo rilasciare un attestato di frequen­za: vale tot crediti, se in un biennio o in un quadriennio ne hai collezionati mol­ti sei un bravo docente, altrimenti, se hai perso tempo a leggere libri, non lo sei. Se poi hai frequentato svogliatamente i cor­si d’aggiornamento, o magari hai assicu­rato la sola presenza fisica mentre la mente vagava altrove, poco importa: i crediti te li sei guadagnati».
Colpita e affondata l’idea della quanti­ficazione certificata dell’aggiornamen­to, almeno a voler dar retta (e come non farlo?) ai commenti del professore. Mac­ché, la Commissione scolastica accoglie i principi dell’iniziativa e avalla la pro­posta del Consiglio di Stato di istituire un gruppo di lavoro che affronti opera­tivamente la questione. Più precisamen­te leggiamo nelle conclusioni del rap­porto che «tale gremio dovrà program­mare un piano d’aggiornamento qua­driennale, stabilendo la quota di ore da effettuare dentro e fuori i periodi di le­zione, confrontandolo a scadenze rego­lari con quelli applicati dagli altri Can­toni e valutandone l’efficacia, monito­randolo e valutandone la qualità e il grado di rispondenza dei docenti». Per inciso va notato l’uso della parola «gre­mio» alla quale il Gabrielli attribuisce il significato di «grembo»: forse si vuole suggerire che il lavoro di chi dovrà alle­stire uno specifico regolamento sarà un parto difficile…

Tra quantità e qualità

Ma sono i contenuti nel loro comples­so a stupire: liberissimi i nostri rappre­sentanti di avere un orientamento di­verso da quello espresso dal professor Zambelloni, peccato però che pochi ca­poversi prima delle suddette conclusio­ni i membri della commissione citino, letteralmente compiaciuti, un passag­gio dello stesso articolo da me riporta­to all’inizio! I granconsiglieri, infatti, dopo aver curiosamente dichiarato che «non sembra auspicabile, e neppure fat­tibile, valutare qualitativamente chi leg­ge e studia assiduamente nell’ambito della sua formazione continua», così proseguono: «Per quanto riguarda la valutazione quantitativa (i crediti), ci piace riferire alcune riflessioni espresse da Franco Zambelloni, già docente di filosofia: «La quantità è certificabile se­condo parametri standard, la qualità in­vece si può apprezzare solo con l’espe­rienza personale: ma oggi siamo nell’era della tecnica, e la tendenza è di trasferi­re all’uomo l’efficienza senza passione che ci si attende dalle macchine […] . La dolcezza di un sorriso, l’intelligenza di una spiegazione didattica, l’umanità di uno scambio interpersonale non sono misurabili. Adottando il modello della tecnica rinunciamo alla qualità e faccia­mo trionfare l’esecuzione meccanica e la burocrazia che la certifica».

Incongruenze di fondo

Sarà sicuramente a causa della mia li­mitata elasticità mentale, e perciò so di meritare un surplus di aggiornamento, ma a me sembra piuttosto evidente una contraddittorietà di fondo. Incongruen­ze che la Commissione ha probabilmen­te tentato di smussare accennando, a chiosa del documento, «alla possibilità di attribuire ai direttori di sede mag­giori responsabilità nei confronti di do­centi nominati e incaricati, conferendo loro il compito di tenere colloqui an­nuali di qualifica in cui l’aggiornamen­to sarebbe uno dei criteri di valutazio­ne». A dare le garanzie che tale valuta­zione non scada in aspetti prettamen­te quantitativi sarebbe quindi l’espe­rienza personale dei direttori. Su que­sto punto il Movimento della scuola ha già espresso chiaramente le sue perples­sità, il senso delle quali lascio cogliere al lettore, non volendo peggiorare ulte­riormente i miei rapporti con chi allog­gia ai piani superiori.

Il coraggio di James Bond

Concludo dicendo che, per quanto fi­nora esposto e per vari altri passaggi sui quali varrebbe la pena tornare, que­sto rapporto della Commissione scola­stica mi dà la netta impressione che mi si stia abbindolando. Non solo, e forse non tanto, come insegnante, quanto co­me cittadino. Uno dei tanti che ad ogni tornata elettorale si arrovella, non sem­pre con successo, nella scelta del parti­to e delle persone a cui vorrebbe fosse­ro affidate le chiavi dell’amministrazio­ne pubblica. Gesto per il quale mi au­guro non diventi necessario sfoggiare, più che l’abito, l’intrepido coraggio di James Bond.

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