Gen 092012
 

Intervista: le riflessioni di Franco Zambelloni su educazione, nuove tecnologie e scuola

di Simona Sala – Azione, 9 gennaio 2012

Che la nostra sia una società coinvolta in un processo di grandi cambiamenti è cosa inconfutabile. Mai come ora l’uomo si è sentito bombardato di informazioni e notizie, il tutto a una velocità sconcertante, in grado di lasciare disorientate molte persone. Franco Zambelloni, professore di filosofia, quieto e arguto osservatore del nostro tempo, traccia un ritratto della società, del suo smarrimento, toccando temi importanti come la scuola e l’essere giovani oggi.

Professor Zambelloni, recentemente in un suo intervento lei ha affermato che a periodi di ristrettezze economiche corrispondono dei periodi di ripensamenti morali. Potrebbe approfondire il concetto?

È la storia stessa a provarlo: quando una civiltà e una cultura vivono in prosperità, i freni della morale si allentano. In fondo si tratta di una cosa logica, perché in tempi di ristrettezze economiche prevale la ricerca della sopravvivenza e non ci si può permettere di sperperare energie morali. Questo fenomeno si estende anche alla pedagogia: in tempo di prosperità economica (tra gli anni 60 e 70) ci si è concessi una pedagogia antiautoritaria e permissiva, basti pensare al Discorso a un bambino di Marcello Bernardi. Nell’attuale momento storico vengono pubblicati sempre più frequentemente libri in cui autori affermati cercano di recuperare l’idea del ritorno alle regole e del loro rispetto. Paolo Crepet ad esempio è uscito con L’autorità perduta. Io sono d’accordo con questa tendenza perché sono convinto che senza regole il ragazzo manca di modelli e di esempi da imitare, perdendo così un’occasione di crescita. Il fatto che se ne parli con tanta insistenza è segno che stiamo avvertendo una crisi che rischia di compromettere il nostro benessere, non mi stupirei quindi se dovesse seguire una maggiore severità nei confronti delle dipendenze o una più rigida morale sessuale.

Dal suo discorsomi sembra di capire che il suo giudizio nei confronti di certi modelli pedagogici sia piuttosto negativo…

Alcuni studi recenti di autori seri come Giovanni Jervis dicono che l’adolescente ha bisogno di regole poiché in loro assenza lo si sprofonda nelle paure. È un po’ come camminare su un abisso: se si ha un parapetto a cui poggiarsi si è tranquillizzati, senza è la vertigine. È pur vero che è tipico dell’adolescente ribellarsi, ma questo tentativo di infrazione di una regola è parte del processo di crescita e di ricerca di autonomia. Il codice di comportamento imposto al ragazzo ha una funzione educativa, ed è altrettanto importante che una volta superato il confine il ragazzo venga riportato indietro e che gli si faccia pagare un’ammenda, poiché non c’è regola peggiore di quella che non viene fatta rispettare.

Qualche anno fa su queste pagine lei si espresse a proposito del fenomeno degli sms. Pur essendo trascorsi solo pochi anni il fenomeno è già stato superato da altre tecnologie: filmati, social network, realtà che hanno creato dinamiche per le quali in molti casi le regole non sono ancora state determinate. Siamo di fronte a una ridefinizione dei rapporti fra gli esseri umani?

Ci sono studiosi che affermano che l’avvento delle nuove tecnologie stia producendo una di quelle molteplici fratture di cui è fatta la storia dell’uomo. Qualcuno è già arrivato a paragonare gli effetti della tecnologia con quelli provocati dall’introduzione dell’agricoltura o dall’avvento della scrittura, rivoluzioni che hanno cambiato le modalità dei rapporti umani o la concezione stessa della vita. Le nuove tecnologie hanno abolito le distanze spaziali e hanno aumentato quelle della conoscenza reciproca. La conoscenza è stata allontanata in una sfera virtuale, ma credo che le nuove generazioni stiano già costruendo un nuovo sistema di relazioni in gran parte regolato e dominato dalla tecnologia. Forse fra qualche tempo quando i giovani leggeranno l’amicizia di Achille e Patroclo nell’Iliade, stenteranno a capire di cosa si stia parlando.

Lei cita agricoltura e scrittura, che comunque sono processi che implicano delle azioni. Noi però siamo di fronte a una novità costituita dalla sovrapposizione di piani fittizi e reali che ha portato a un cambiamento della percezione delle cose…

Il virtuale non l’abbiamo inventato noi. Se pensiamo alla letteratura, ogni grande romanzo comporta un mondo virtuale, così come l’ascolto di favole da sempre sprofonda l’ascoltatore in un mondo inesistente. Vi sono però due differenze fondamentali tra quel tipo di mondo virtuale e il nostro: la prima è che alla lettura seguiva un momento di silenzio durante il quale la mente rielaborava episodi e sensazioni, e al termine del quale l’oggetto letterario diventava parte della propria personalità. Oggi per contro la sovrabbondanza del virtuale produce una saturazione superficiale. La seconda differenza è che la finzione virtuale di oggi ha un potere di illusione infinitamente maggiore. Se la lettura richiede la decifrazione di un codice linguistico, quindi un’operazione di mediazione intellettuale, l’immagine entra immediatamente senza essere decodificata e compresa, con un potere di suggestione molto maggiore. Il 3Ddarebbe apparentemente un potere di illusione ancora maggiore, assottigliando il confine tra esperienza reale ed esperienza fittizia. Ciò che mi chiedo è se non vi saranno delle confusioni tra ciò che è virtuale e ciò che è reale per il bambino. C’è un esempio di Jervis molto interessante, ed è quello del canarino morto. Il bambino piange perché vuole un canarino; i genitori glielo danno a patto che lo accudisca. Poi però, come spesso succede, il bambino se ne dimentica e dopo qualche tempo il canarino muore. A questo punto, se il genitore ricompra al bambino lo stesso canarino, crea in esso un senso di stravolgimento del tempo, la sensazione di reversibilità temporale, ecco, il virtuale implica questo tipo di rischio.

Come si situa la scuola all’interno di questi nuovi processi?

Mi piacerebbe che la scuola rimanesse un settore della realtà in cui l’elemento narrativo avesse ancora un peso e non diventasse un settore virtuale. Mi accorgo che la scuola è sempre più orientata verso le tecnologie emi chiedo se faccia bene, anche perché io concepisco la scuola come lavoro, non come luogo di svago. Rifacendomi a George Steiner, vorrei soffermarmi sulla distinzione fondamentale che corre tra piacere e gioia, due parole molto in auge nel nostro tempo. La gioia è quella che proviamo quando abbiamo praticato uno sforzo per raggiungere un traguardo, e non può esserci gioia senza fatica, sacrificio o investimento di tempo. La gioia è il contrario del piacere e del divertimento immediato. Io non ho mai sperimentato gioia più grande di quella che prova il bambino, quando al termine di un grande sforzo riesce a fare una cosa che a prima vista gli appariva impossibile. Ma senza la fatica a dilagare è la noia, e la nostra è l’epoca del piacere indifferenziato.

Crede dunque che in ultima analisi la noia sia assurta a uno dei motori del nostro tempo, in particolar modo dei giovani?

Premetterei che c’è noia e noia. Pontiggia ricordava che da bambino quando andava dalla nonna si annoiava, e lei gli diceva che la noia faceva bene alla fantasia. Dall’altra parte però c’è l’indifferenza nei confronti di qualsiasi stimolo. Nella vita ci sono delle alternazioni indispensabili, come veglia e sonno, allo stesso modo il piacere e lo sforzo devono essere alternati, altrimenti si va verso la noia e dunque la sofferenza, il disagio.

Tornando alla scuola, qual è secondo lei l’ostacolo principale che essa deve affrontare in un tempo di grandi mutazioni come il nostro?

Credo che il problema maggiore sia costituito da modelli di insegnamento ed educativi diversi tra di loro e a volte anche in conflitto. Se un insegnante offre un modello didattico che è il contrario di quello del suo collega, l’allievo rimane naturalmente disorientato. Lo stesso vale per due genitori che hanno codici completamente diversi. Un tempo l’insegnante entrava in aula e tutto si svolgeva secondo una semplice regola: era colui che sapeva le cose e sapeva come trasmetterle all’allievo. Al giorno d’oggi egli è investito da altri ruoli: dev’essere assistente sociale, un sostegno psicologico, compagno di giochi, e tutti questi ruoli finiscono per creare una serie di confusioni.

Il fatto che i docenti si trovano ad esser investiti di questi ruoli è anche perché vi è stata un’importante trasformazione sociale…

I compiti che erano della collettività vengono sempre più spesso delegati alle istituzioni; un tempo ad assumersi le responsabilità era dapprima la famiglia, poi il villaggio. Oggigiorno invece tutto viene scaricato sulla scuola. Resto dell’idea che in un’epoca caratterizzata dal relativismo come lo è la nostra, se c’è una cosa di cui il ragazzo ha bisogno è un ordine rigido, almeno durante gli anni della crescita, solo questo sarà in grado di dargli certezze. E la scuola dal canto suo deve essere un hortus conclusus, un giardino recintato, una specie di universo parallelo con regole sue che almeno lì il ragazzo deve imparare a rispettare.

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