Dic 232011
 

di Fabio Merlini – laRegione, 23 dicembre 2011

Il notevole e indiscutibile impegno richiesto a chi è coinvolto, oggi, inattività formative e d’insegnamento è certamente una conseguenza del fatto che in questi anni non solo cosa si insegna, ma anche come e quanto si insegna sia divenuto un elemento strategico delle politiche formative. La capacità innovativa di uno Stato dipende altresì dalla qualità del suo sistema educativo: una fra le principali risorse che dovrebbero costituirne la ricchezza. Tanto più quando sembra essere irreversibilmente bloccata la strada delle tradizionali rendite di posizione. E la qualità viene, appunto,misurata, oltre che in ore d’insegnamento erogato, anche in abilità didattico-pedagogiche.Per tacere dei parametri di ordine esclusivamente contenutistico.
Tuttavia, ai reiterati proclami sulla relazione tra società della conoscenza, o dell’informazione, e formazione non segue automaticamente una politica scolastica di investimenti coerenti. Anzi, la sensazione è piuttosto che, in alcuni casi, le riforme in atto – in sintonia, così si argomenta, con il mercato del lavoro – siano vittime di un grosso equivoco. Aspirando alla realizzazione delle condizioni per un complessivo miglioramento della qualità dell’offerta, di fatto, esse sottraggono risorse di tempo e denaro a chi è chiamato sul campo a trasmettere o a produrre conoscenze, nella convinzione che l’estensione, anche in questo settore, del doppio principio di concorrenzialità e autoimprenditorialità sia l’unica via agibile, quando si tratta di produrre profili di eccellenza.

Insegnanti e ricercatori trasformati in pseudo-manager?

La mia visione è completamente diversa: ci sono prodotti il cui processo costitutivo non può essere assimilato a quello di una qualsiasi merce. Detto più brutalmente e senza perifrasi: stiamo attenti a trasformare insegnanti e ricercatori in pseudo-manager a caccia di fondi, orientati da mission e protesi a performance di straordinario e rapido impatto economico. Il rischio, ma è ciò che accade già, è di ridurre conoscenza e formazione a un insieme di risposte orientato esclusivamente dalle necessità avanzate dall’immediato; di ridurle a una cultura che per paura di vedersi delegittimare, misura il suo valore sulla pertinenza delle soluzioni che essa riesce ad assicurare al sistema di interessi definito dal corto termine. Ossia: da una misura del tempo che abbrevia i processi di maturazione delle cose, spremendole all’inverosimile. Illudendosi, così, di poter massimizzare i profitti, sul modello di quanto è accaduto negli ultimi trent’anni in campo economico.

Oltre le passioni tristi

Conosciamo tutti le difficoltà, e spesso anche le incomprensioni, cui è esposto chi si confronta quotidianamente con gli oneri determinati dal fatto di essere chiamati a fronteggiare situazioni sempre più complesse, con strumenti sempre meno adeguati. Così come conosciamo la sensazione di impotenza e di fatica che ne deriva, per non parlare di frustrazione. Vale, oggi, all’interno della scuola, ma ovviamente anche fuori. Miguel Benasayag e Gérard Schmit, due psichiatri attivi in Francia nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza, in un libro di qualche anno fa che non mi stancherò di citare (L’epoca delle passioni tristi), parlano dei nostri anni nei termini di un drammatico capovolgimento. Dove il futuro assume le vesti della regressione e della chiusura; la promessa le vesti della minaccia; la conoscenza dell’ignoranza e i profitti delle perdite. È, dicono i due autori, l’epoca delle passioni tristi. L’epoca, cioè, di un malessere diffuso tra i giovani, che attraversa però tutte le fasce sociali e generazionali, manifestandosi in primo luogo come ripiegamento dell’io su di sé, come individualismo sfrenato e intollerante. Dove l’io è un io ipertrofico che tende a spezzare i legami di solidarietà. La vita in stato di emergenza (si pensi solo al numero di cose che rimangono quotidianamente inevase, alle urgenze e alle situazioni critiche cui siamo continuamente confrontati) è l’effetto di una condizione che incrina la nostra capacità di rappresentarci ancora un futuro al di là di ciò che il presente indica come possibile. Una crisi che continuiamo a non voler vedere, nonostante il continuo parlarne. O meglio: una crisi che siamo sì disposti a riconoscere, ma solo come crisi economica, così da poterla scongiurare in quanto momento critico di stampo congiunturale, dal quale, grazie all’innovazione, sarà sempre possibile riprendersi mantenendo tutto come prima. È il paradosso di un’innovazione che si fa veicolo di restaurazione. Chi è attivo sul fronte della formazione sa perfettamente che cosa significhi questa tonalità affettiva delle passioni tristi e che cosa siano l’impotenza, la disperazione e l’incertezza che la nutrono. Sa perfettamente con quanta rapidità questa tristezza nutra non pochi passaggi all’atto incontenibili, non di rado di una violenza gratuita da lasciare esterrefatti. Viviamo in società sempre più aggressive e risentite. Anche alle nostre latitudini, e per averne una prova, basta osservare come si sia corrotto il linguaggio e la dialettica politica, che oggi è ancora solo scontro, dove l’abilità di padroneggiare slogan, irrisione e insulti è inversamente proporzionale all’abilità di sviluppare argomenti, di esprimere coerenza, di agire responsabilmente.

La disperazione di Spinoza

Il titolo del libro di Benasayag e Schmit fa riferimento all’impareggiabile Spinoza dell’Etica (1677): un capolavoro assoluto. Da qui deriva l’idea della tristezza come passione. Andiamo allora a leggere direttamente la fonte. Le passioni sono tristi quando al timore dell’avverarsi di una cosa, per esempio l’ipotesi, solo l’ipotesi, di un futuro minaccioso, viene meno il dubbio. Così, questo stesso timore diventa disperazione, cioè tristezza. Quello che si presentava come una possibilità temuta, si trasforma ora, una volta sottratto il dubbio, in una certezza inquietante. Chiediamoci dunque: perché, oggi, risuonano in modo così potente queste pagine di Spinoza? Perché il futuro che ci sta dinanzi non appare più come una via di scampo rispetto alla crisi del presente, una concreta possibilità di superamento. Siamo come bloccati dentro un processo che gira all’impazzata su se stesso, quasi si trattasse di un meccanismo incantato. La fuga nel virtuale, in ciò che di ludico offre il virtuale (che riconosciamo così facilmente nella seduzione dei videogame) è senz’altro un tentativo di sottrarsi a questo incantesimo maligno. Non meno di quanto lo sia la nostra rincorsa morbosa all’ultima novità nel campo delle tecnologie della comunicazione. Nonostante tutte le apparenze, vale a dire nonostante l’immensa innovazione tecnologica che ci circonda, accade come se al tempo sociale fosse stata sottratta la sua dinamica trasformativa. Se c’è progresso e innovazione essi sono tutti assorbiti dalle innovazioni tecnologiche. È il progresso dei mezzi, non quello della società.

Una vita di superficie

La scuola, a tutti i suoi livelli, è continuamente confrontata con gli effetti di questa assenza di prospettiva. Ma sa, o dovrebbe sapere, che dove non c’è prospettiva non può esserci nessuna autentica adesione e partecipazione a un insegnamento, a un discorso, a un progetto educativo: si scivola sulle situazioni e sui contenuti, come la tavola da surf scivola sulla superficie dell’acqua. Una vita di superficie. Lavorare per ridare fiato all’apertura del futuro, è il compito che ci attende ogni giorno, al di là dei programmi e dei contenuti specifici a partire dai quali si insegna e si formano le nuove generazioni. Ma soprattutto, sarebbe ora di capirlo, al di là delle retoriche sull’eccellenza, sui centri di competenza, sulla “Qualità”.

Funzionare o significare?

Per capire dove siamo finiti e da cosa occorrerebbe finalmente imparare a smarcarsi, guardiamo a quella che chiamerei la conversione produttivistica delle facoltà umane, ossia la loro messa al lavoro. Se riflettiamo sulla formazione da questo punto di vista, possiamo dire questo: siamo per lo più collocati all’interno di una relazione con il mondo che prima ancora di valere per la sua capacità di significare, sembra oggi valere soprattutto per la sua capacità di funzionare. “Funzionare” in questo caso significa non solo assicurare risposte efficienti alle pressioni del contesto, ma prima di tutto concepire il contesto come ciò dal quale siamo continuamente interpellati, in virtù della sua indiscutibile legittimità. Ciò che viene meno in questa relazione è la nostra capacità di sottoporre l’ambiente stesso a un’interrogazione sui suoi presupposti, sulla sua validità, sulle ragioni della sua affermazione: l’uomo della risposta prende allora il sopravvento sull’uomo della domanda. Il giudizio finisce con lo spostarsi tutto sul versante degli attori sociali e della loro capacità di assicurare risposte tempestive e performanti, mettendo in campo le risorse più opportune. Valore e merito trovano qui il loro banco di prova. Mentre l’ambiente sociale si vede in linea di principio esonerato da qualsiasi interrogazione sul proprio senso e utilità rispetto alle nostre attuali forme di vita. È proprio questa la logica che mi sembra ora giunto ilmomento di impegnarsi a capovolgere.

* filosofo e prof. universitario a contratto di Etica

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