Ott 222011
 

Scuola media: lezioni di USB per gestire il proprio denaro? No, grazie.

Alcune ragioni per cui rifiutare l’ingerenza di aziende private nella didattica.

Licenziamenti, perdite colossali a causa di cattive scelte d’investimento… la battuta è facile: UBS predica bene ma razzola male.

La questione in realtà è drammatica. Dietro ogni licenziamento c’è una persona che si ritrova a dover affrontare un futuro ancora più incerto. Dietro le perdite di denaro non ci sono solo i grandi accumulatori di capitale, ma ci sono anche individui che vedono i propri risparmi perdere valore.

In questo contesto, UBS ha elaborato una valigetta di materiale didattico dal titolo: Avere o non avere. Un sussidio didattico sulla gestione del denaro. Il titolo in francese suona però più eloquente: Cigale ou fourmi? Gérer son argent, cela s’apprend. Le schede per le attività sono stampate in modo identico ai documenti della banca e dietro ad ogni carta da gioco vi è il logo UBS. Il kit è stato proposto alle scuole ticinesi. Il gruppo di presidenza dei direttori di scuola media ne ha discusso lo scorso inverno ed ha valutato positivamente i materiali, senza però dar seguito alla disponibilità espressa da UBS per presentare i contenuti ai docenti. La valigia è quindi stata distribuita alle sedi scolastiche con il beneplacito del direttore dell’UIM, Francesco Vanetta. La posizione del Dipartimento – che dovrebbe, tra le altre cose, salvaguardare il carattere pubblico della scuola – pone due tipi di problemi. Il primo riguarda l’intrusione ufficializzata di una potente azienda privata nel merito dei contenuti dell’insegnamento ed il secondo la sollecitazione di un intervento scolastico in merito al problema dell’indebitamento giovanile (un problema creato, in gran parte almeno, dagli stessi istituti bancari…).

Partiamo dal primo aspetto, quello che pone un problema di fondo di ampio respiro e – purtroppo – passato troppo in sordina, allorché è all’ordine del giorno in misura sempre maggiore al di là delle nostre frontiere: l’intrusione di aziende private nei contenuti dell’insegnamento.

Con quale obiettivo UBS ha elaborato questa valigia didattica? È difficile pensare che il suo intento principale sia quello di contrastare il fenomeno dell’indebitamento giovanile. In questo caso, altre sarebbero le misure più urgenti da prendere, al suo interno, prima di interessarsi all’intervento scolastico. La multinazionale è stata mossa da obiettivi filantropi o piuttosto dal fatto che la pubblicità a scuola – con il sostegno di chi ne fa le veci – permette di avvicinare giovani futuri clienti? Bisogna fare molta attenzione e rifiutare questo genere di pratica. Il caso della valigia di UBS è emblematico e, se accettato, rischia di aprire la porta ad altre iniziative simili. Come si potrebbe allora rifiutare quanto già accade altrove, in particolare negli Stati Uniti, dove Kellogg’s[1] e McDonald’s[2] distribuiscono schede didattiche per l’educazione alimentare oppure alla Exxon[3] di suggerire un programma per l’educazione ambientale?

Per le aziende, le scuole rappresentano un terreno di caccia privilegiato: un accesso diretto a migliaia di bambini o adolescenti ai quali proporre determinati contenuti la cui credibilità viene rafforzata dalla cauzione posta dalla Scuola attraverso gli insegnanti. Si può obiettare che nessun docente è obbligato ad utilizzare in classe questi materiali o che non si tratta di pubblicità diretta. Ma guardiamoci attorno, volgiamo lo sguardo oltre i nostri confini. Gli Stati Uniti ci forniscono gli esempi più drammatici dell’ingerenza della pubblicità commerciale nella scuola, dove le aule scolastiche sono ormai da oltre vent’anni terreno di conquista delle campagne di marketing. Due esempi. Già negli anni ’90 la società Primedia installava gratuitamente televisori e antenne satellitari a quelle scuole che, in controparte, mostravano quotidianamente agli allievi un telegiornale di Channel One, ovviamente con pubblicità[4]. Centinaia di scuole sono dotate di un metodo d’insegnamento della lettura preparato da Pizza Hut, con il beneplacito del Ministero dell’educazione. Gli insegnanti fissano degli obiettivi di lettura, gli allievi che li raggiungono ricevono vari gadgets di Pizza Hut e… un trancio di pizza.

Restando più vicini a noi, in varie scuole elementari francesi e belghe, Renault promuove programmi di sicurezza stradale, Nestlé e Danone programmi di alimentazione, … In Italia, lo scorso anno la provincia di Bat (Barletta-Andria-Trani) ha sollecitato le aziende private ad acquistare il kit “dedicare i banchi”. Al costo di 69 euro + Iva, le imprese potevano apporre la loro pubblicità dietro a una sedia e su di un banco.[5]

Numerosi studi hanno dimostrato l’impatto che la pubblicità esercita su bambini e ragazzi. Viviane Mahler, autrice del libro Ados, comment on vous manipule (Albin Michel, 2004), scrive: “Gli adolescenti rappresentano un potere d’acquisto enorme. È quindi importante che i giovani siano influenzati ad un consumo rapido e assiduo. Essendo curiosi sono attirati dalle novità e vogliono provare nuovi prodotti. I giovani sono anche dei buoni “orientatori degli acquisti familiari”. A proposito delle campagne di marketing nelle scuole precisa che “questa tecnica consiste nella diffusione di messaggi favorevoli ad una certa marca senza che si sappia che provengono dalla marca stessa.”[6]

Le grandi aziende hanno capito che il messaggio pubblicitario passa meglio e l’immagine dell’azienda ne trae beneficio se veicolato da una causa di utilità pubblica: sicurezza stradale, sana alimentazione o… gestione del proprio budget come nel caso che ci riguarda. Come scrivono Hirtt e Legros “in queste campagne, il messaggio pubblicitario è spesso diluito in modo da addormentare la diffidenza degli insegnanti. Il logo è spesso discreto. Dimensione commerciale e valore educativo sono mescolati affinché diventino un tutt’uno nella mente dei giovani.”[7]

I prodotti proposti alle scuole hanno spesso un carattere allettante: gratuità, aspetto educativo, buona qualità grafica,… Un motivo che potrebbe spingere i responsabili della scuola a tollerare l’intrusione di aziende commerciali nei contenuti dell’insegnamento. Hirtt e Legros scrivono a questo proposito: “I bambini della scuola dell’obbligo non devono essere sollecitati né educati da enti i cui interessi principali sono di carattere commerciale. È inaccettabile che insegnanti ed educatori vengano strumentalizzati quali vettori di diffusione della pubblicità.”

Passiamo ora al secondo problema che emerge dalla diffusione della valigetta di UBS. L’intenzione dell’UIM era quella di proporre uno strumento adatto a portare in classe un problema sentito dall’opinione pubblica: l’indebitamento giovanile. Senza negare la preoccupazione che deve suscitare una tale realtà, ci chiediamo se la scuola è in grado di affrontare  (con efficacia) anche questo tema. Da diversi anni, la scuola media è sempre più sollecitata ad occuparsi di una moltitudine di prevenzioni (disagio, violenza, maltrattamenti, razzismo, disturbi alimentari, dipendenze, bullismo, abusi multimediali, …), pertinenti se prese singolarmente ma eccessive considerando l’insieme degli imperativi a cui rispondere e le risorse a disposizione. In secondo luogo ed in riferimento al caso specifico dell’indebitamento giovanile, c’è da chiedersi quale sia il margine di manovra della scuola di fronte ad un contesto circostante in cui bambini e adolescenti vengono letteralmente bombardati da sollecitazioni consumistiche. Lo stesso contesto permette ai giovani di accedere a crediti bancari, troppo spesso anche in assenza di solide basi economiche.

Piuttosto che ricorrere ad un istituto bancario perla sensibilizzazione all’uso del denaro non sarebbe più pertinente ricorrere ai materiali elaborati da associazioni volte alla difesa dei giovani e dei consumatori?

Pro-Juventute[8] ha elaborato dei materiali didattici rivolti ad insegnanti, bambini e genitori nell’ambito della campagna “Kinder Cash” contro l’indebitamento giovanile. L’Associazione dei Consumatori della Svizzera Italiana propone dei consigli destinati a genitori e figli. L’opuscolo l’importanza di imparare l’uso del denaro è scaricabile online[9].

Se veramente UBS desidera contribuire all’educazione dei ragazzi cominci con l’evitare di accordare prestiti a giovani con bassi salari. Gli insegnanti continueranno ad occuparsi di garantire a tutti l’accesso ad un sapere che permetta di capire il mondo che ci circonda ed agire con cognizione di causa.

Claudia De Gasparo

Movimento della Scuola


[1] Il programma sulla colazione afferma che la quantità di grassi è l’unica cosa di cui preoccuparsi, senza fare alcun cenno allo zucchero e al sale nei cereali Kellogg’s.

[2] I bambini devono disegnare un ristorante McDonald’s e poi le schede spiegano loro come funziona e dà informazioni su come candidarsi per un impiego nella multinazionale dell’hamburger.

[3] La compagnia petrolifera insegna agli allievi americani che “i combustibili fossili presentano un basso impp0atto ambientale e che l’energia alternativa è costosa e inaccessibile”, ignora l’effetto serra sostenendo che “la Terra potrebbe trarre beneficio dall’aumento di anidride carbonica”.

[4] Ben presto sono state coinvolte 12000 delle circa 50000 scuole medie e secondarie. Il 40% degli adolescenti statunitensi guardava il programma quotidianamente ad un volume prestabilito, senza possibilità di evitare le pubblicità. Il costo annuale per i contribuenti delle ore scolastiche “perse” a guardare la pubblicità era di 300 milioni di dollari agli inizi degli anni 2000. Un docente che convinceva la propria sede ad adottare Channel One riceveva 500 dollari. Gli esempi di questi paragrafi sono tratti da: J.B. Schor, Nati per comprare. Salviamo i nostri figli, ostaggi della pubblicità, Milano, Apogeo (Ed. Feltrinelli), 2005.

[5] L’idea è stata dell’assessore all’Istruzione, Pompeo Camero, con l’intenzione di garantire agli studenti “la migliore qualità possibile della vita nelle scuole. Consideriamo che ci sono tanti problemi negli istituti, compresa la mancanza di aule. Invitare la società a dare una mano, mi è sembrata una buona idea” come affermato al Corriere del Mezzogiorno del 5 ottobre 2010.

[6] Citato da : UFAPEC (Union des Fédérations des Associations de Parents de l’Enseignement Catholique), La publicité envahit-elle l’école ?, France BAIE, Analyse UFAPEC 2008 n° 30.08, p.12.

[7] HIRTT N. et LEGROS B., « L’école et la peste publicitaire », Editions Aden, 2007, p.29.

[8] Dall’avvio del progetto scolastico Pro Juventute Kinder-Cash sono già 10’000 i bambini in Svizzera che hanno usufruito dell’insegnamento sulle competenze finanziarie.
Per maggiori informazioni: http://www.projuventute.ch

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