Set 052011
 

Un nuovo anno scolastico è cominciato, il primo con la nuova direzione del DECS. Negli scorsi mesi, Manuele Bertoli -da bravo apprendista, come egli stesso si è definito- ha discusso in diverse occasioni con i rappresentanti degli insegnanti, cercando di comprendere il complesso mondo della formazione e, nel contempo, riannodando il dialogo con i professionisti dell’educazione che si era perso nelle ultime legislature. Nella forma, si tratta di un inizio incoraggiante. Per ciò che concerne la sostanza, invece, i problemi che da troppo tempo affliggono la scuola pubblica del nostro cantone rimangono gli stessi e restano da risolvere.

I docenti percepiscono, ormai da un ventennio, un progressivo scadimento delle condizioni di insegnamento e di apprendimento nella scuola ticinese di ogni ordine e grado, di cui né il mondo politico né l’opinione pubblica sembrano aver preso pienamente coscienza, e sono dell’avviso che tale peggioramento sia riconducibile, essenzialmente, al contemporaneo manifestarsi di quattro categorie di fattori.

La prima, dovuta in gran parte a ragioni sociali, è legata alla crescita, tanto nel numero dei casi quanto nel ventaglio delle problematiche e delle loro cause, delle difficoltà di adattamento alla realtà scolastica e no evidenziati da allievi, studenti e apprendisti. Ciò ha comportato un ampliamento, sia quantitativo sia qualitativo, delle richieste di disponibilità verso i docenti. La seconda, direttamente connessa con la precedente, è relativa all’aumento dei compiti affidati alla scuola e, di conseguenza, dell’onere lavorativo, ordinario e straordinario, dentro e fuori le lezioni, con cui sono vieppiù confrontati gli insegnanti.

La terza riguarda il mancato coinvolgimento dei docenti – i soli, per formazione ed esperienza, a conoscere dall’interno la realtà scolastica e i suoi bisogni- nelle decisioni sull’educazione. Gli insegnanti si sono così trovati nella difficile posizione di dover gestire una situazione sempre più complessa non grazie a decisioni condivise, ma nonostante risoluzioni subite.

La quarta concerne il profondo fossato scavatosi nel recente passato tra il mondo della scuola e quello della politica. I docenti hanno regolarmente spiegato a governo e parlamento i danni provocati da quanto sintetizzato fin qui. Sfortunatamente, però, nessuno ha ritenuto opportuno replicare loro in maniera costruttiva e, come sappiamo, i pacchetti di misure di risparmio si sono succeduti uno dopo l’altro, ratificati, perlopiù, quasi senza dibattito alcuno.

 

Il Movimento della Scuola è dell’avviso che, per invertire la rotta e tornare a puntare sulla qualità, occorra innanzitutto raggiungere due obiettivi fondamentali, dai quali dipendono gli altri che elencheremo in seguito:

  1. Aumentare gli investimenti riguardanti la formazione: in materia di educazione, il Ticino, per evidenti motivi di ordine geografico e linguistico, non può allearsi con altri cantoni, come avviene nel resto della confederazione. Pur dovendo organizzarsi da solo, si trova in fondo alla classifica nazionale relativa agli investimenti nella scuola pubblica e, malgrado questo dato poco lusinghiero, dall’inizio degli anni ’90 ha deciso di economizzare pesantemente proprio in questo settore.
  2. Coinvolgere gli insegnanti nelle decisioni sulla formazione : durante le scorse legislature, le preoccupazioni e le proposte espresse dai docenti sono rimaste in gran parte inascoltate.

Eppure, come abbiamo ricordato prima, gli insegnanti, che reinventano la scuola giorno dopo giorno, detengono il curriculum migliore per illustrare lo stato delle cose e suggerire dei progetti in positivo.

Unicamente il conseguimento dei due traguardi appena esposti consentirà ulteriori improrogabili cambiamenti:

  • Ridurre il numero medio di allievi per sezione: in Ticino, il sistema educativo è basato sul modello integrativo. Anche per tale ragione, il nostro cantone ha classi tra le più eterogenee della Svizzera per competenze, cultura e lingua materna degli alunni. Ciononostante, il numero medio degli allievi per sezione non cala da un trentennio e, in diversi ordini di scuola, tra cui quello particolarmente delicato del secondario I, è tra i più elevati del paese.
  • Potenziare il Servizio di sostegno pedagogico : nello spazio di vent’anni, gli alunni presi a carico dal SSP sono aumentati del 50%. Malgrado ciò, i mezzi a disposizione del servizio sono inalterati da un quarto di secolo e la riforma in cantiere, dal nostro punto di vista, è alquanto lacunosa.
  • · Migliorare l’attrattiva della professione di docente: è iniziato anche in Ticino il più importante ricambio generazionale nel mondo della formazione. Nel contempo, però, i mutamenti sociali e le infelici decisioni politiche evocati sopra hanno sensibilmente diminuito l’attrattiva del lavoro di insegnante, tanto che il reperimento di candidati validi è ormai problematico.
  • Rivedere i criteri sui quali si fondano la formazione iniziale e la formazione continua dei docenti: l’attuale percorso abilitativo presenta numerosi svantaggi, tanto di natura pedagogica quanto di tipo motivazionale. Sarebbe preferibile una formazione iniziale en emploi, in cui la teoria nutrisse la pratica e viceversa, che sia stimolante, invece che disincentivante, per i giovani laureati. Per ciò che concerne l’aggiornamento, sarà necessario vigilare affinché la voglia di controllo e omologazione non conduca a sostituire la qualità con la quantità.
  • Adeguare verso l’alto gli stipendi degli insegnanti : i docenti ticinesi sono i peggio pagati della confederazione, hanno beneficiato dell’ultimo adeguamento salariale verso l’alto alla fine degli anni ‘80 e il loro stipendio reale, contrariamente alla tendenza nazionale, da allora è addirittura calato progressivamente e inesorabilmente.

Nel corso della campagna elettorale in vista delle recenti elezioni cantonali, parecchi candidati si sono detti propensi a misure concrete a vantaggio della scuola pubblica. Il Movimento della Scuola si attende che non solamente la nuova direzione del DECS, la quale sin qui ha mostrato una promettente buona volontà, ma anche la maggioranza che governa il Ticino si attivino in favore della qualità del nostro sistema educativo, collaborando con gli insegnanti e sostenendoli nel loro lavoro, nell’interesse di tutta la popolazione ticinese. Storici, economisti e sociologi sono concordi nel riconoscere che investire con serietà e continuità nella formazione si riflette positivamente sul benessere generale, la coesione sociale e il livello di democrazia di un Paese. E i nostri politici? Sono consapevoli che la scuola pubblica è un’istituzione o la vedono piuttosto come un semplice servizio che può anche diventare low cost?

 

Per il Movimento della Scuola

Il vicepresidente

Franco Mombelli

Spiacenti, i commenti sono chiusi.